Umberto Galimberti «Bisogna di nuovo educare ai sentimenti raccontando storie»
Il filosofo ieri protagonista in una Sala del Tricolore gremita «I rischi del digitale? Concentrarsi su un’unica intelligenza»
REGGIO EMILIA
Si è tenuta ieri pomeriggio, nella Sala del Tricolore del municipio di Reggio Emilia, la lectio magistralis di Umberto Galimberti dal titolo “Il nuovo io”. L’evento faceva parte di After Futuri Digitali, il festival organizzato dall'Agenda Digitale della Regione Emilia-Romagna: una manifestazione di respiro nazionale dedicata alla diffusione della cultura digitale nella società contemporanea. L’edizione di quest'anno, promossa dal comune di Reggio Emilia, si è svolta proprio nella nostra città, nel fine settimana. Una serie di incontri, workshop e conferenze che hanno visto ospite, nella giornata conclusiva, il filosofo Umberto Galimberti.
A introdurlo, di fronte a una sala gremita di uditori, è stato il sindaco Luca Vecchi, che ha ringraziato il professore e ha ricordato l'importanza del luogo dell’incontro, culla del Tricolore. Luogo di grande importanza non solo per la consapevolezza storica che porta con sé, ma anche perché, nel corso degli anni, è diventato sede di confronto e dialogo sulla contemporaneità.
Galimberti ha poi preso la parola, cominciando dal tema della tecnica. La tecnica non è strumento nelle mani dell'uomo, dice il professore, ma è diventata il soggetto stesso della storia. Quindi la domanda da porsi non è più che cosa possiamo fare con la tecnica, ma che cosa la tecnica può fare di noi, e che cosa sta già facendo. Una domanda che ha un’origine antica: i pionieri furono i greci, secondo cui la natura era quello sfondo immutabile che né gli dei né gli uomini avevano creato. Con l’avvento della tradizione giudaico-cristiana, la natura diventa qualcosa che l'uomo può dominare per ordine di Dio. In secondo luogo si comincia a instillare l'idea di ottimismo e fiducia nel futuro, che viene visto come salvezza, quindi progresso. La tecnica viene ripresa anche da molte correnti filosofiche del Novecento. Tra queste Galimberi si è soffermato sul pensiero di Günther Anders, autore de “L’uomo è antiquato”, in cui si mette in luce la subalternità dell’uomo alle macchine. Un mondo che oggi viene portato avanti dai robot, che sostituiranno a lungo andare il lavoro dell'uomo. Galimberti ha ricordato anche come l’università di Modena e Reggio Emilia sia una delle più avanzate nello studio della robotica.
La tecnica si configura, in conclusione, come la forma di razionalità più alta mai raggiunta, l’essenza stessa dell’uomo. A proposito di ciò il professore ha riportato un episodio personale: alla domanda di una madre che gli chiedeva se comprare o meno uno smartphone al figlio di quarta elementare, ha risposto di sì, perché, se al giorno d'oggi la comunicazione e la socializzazione passano attraverso lo smartphone, è necessario. Ma nel mondo digitale un rischio c’è: quello di concentrarsi sull’unica forma di intelligenza portata avanti dall’informatica: quella di tipo convergente. Un’intelligenza che cerca la soluzione a partire dal modo in cui è stato posto il problema. Mentre la storia è sempre andata avanti con l'intelligenza divergente, come insegna Copernico. Per cui nella società di oggi, in cui le scuole si riempiono di computer e lavagne digitali, bisogna tornare a educare ai sentimenti, come facevano le nostre nonne, raccontandoci le storie. —
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