Reggio Emilia, Massimo Zamboni in concerto al Catomes Tôt: «Voglio suonare fino a 90 anni»
Massimo Zamboni torna sul palcoscenico domani alle 21 al Catomes Tôt, in via Panciroli a Reggio, e si racconta in questa intervista alla Gazzetta: «Pensavo di smettere, invece adesso canto»
REGGIO EMILIA. «Ho pensato di smettere di suonare, poi ho realizzato che nessuna fatica è sprecata. Riparto da me e sono contento di farlo a Reggio». Undici mesi dopo la roboante gloria del concerto al palazzetto per il centenario della rivoluzione sovietica, Massimo Zamboni torna a esibirsi a Reggio, la sua città. Lo fa giovedì sera alle 21.30 al Catomes Tôt, uno spazio intimo al posto della vastità del PalaBigi, affiancato dai consueti soci Erik Montanari, Gigi Cavalli Cocchi e Cristiano Roversi.
Il titolo è un richiamo al passato più glorioso, quello dei CCCP, “Tifiamo rivolta A volte no”, e alla celebre frase contenuta in “Trafitto”. E non è un caso: «Trafitto l’abbiamo registrata proprio dove oggi c’è il Catomes Tôt, all’epoca era uno studio del Comune, il Seltz», racconta.
Davvero?
«Sì, dopo il trasloco è arrivato il circolo, che prima era alla caserma Zucchi. Era bello ritrovarsi e pensare di ricominciare proprio da lì, mi piace molto l’idea di ricominciare proprio da Reggio, nei luoghi in cui giocavo da bimbo».
Da bimbo?
«Andavo a scuola lì di fronte, e coi miei compagni giocavo nel campo che poi sarebbe diventato il parco Tocci».
Un mondo stravolto?
«Nel luogo adatto. Questo è un concerto che reclama intimità, io ho visto cambiare quel luogo e questa sarà un’occasione per ricordare quello che era Reggio, per riflettere sull’identità cittadina, su come sono mutati gli spazi. È bello raccontare i cambiamenti».
E i mutamenti del mondo. Oggi non tifiamo più rivolta?
«Il titolo ha ovviamente un’ambiguità giovanile. E oggi ci sono rivolte che a me proprio non va di seguire».
“A volte no”, allora?
«Volevo ricordare che spetta a noi sapere quali rivolta vale la pena seguire e quali sono da rifiutare decisamente».
Con lei ci saranno tre musicisti che la seguono da tempo. La novità è che torna a fare il cantante a tempo pieno. Pronto allo sforzo?
«Il cambio è a livello di approccio, suonare la chitarra è già impegnativo a livello fisico. Quello che mi impressiona molto è che il suono esce da me e non da un amplificatore, non ci sono intermediari».
Solo il corpo.
«Con lo strumento c’è sempre uno stacco, la voce è diretta, naturale, come la danza. Mi piaceva molto l’idea di esplorare questa possibilità, che non pensavo mai mi sarebbe stata concessa».
Eppure è qui.
«Dopo i Soviet ho accarezzato l’idea di smettere, invece sono successe delle cose belle che mi hanno fatto pensare che fosse sciocco. E ho capito che fino ai 90 anni vorrei suonare sul palco».
Fino alla fine?
«È un bel modo per vivere, il palco è un mondo privilegiato per vedere un paese in cui vale la pena vivere, e ora ho bisogno di pensieri positivi, di facce positive».
Però, la voglia di salutare c’era. Dove nasceva?
«Sono stato molto preso dalla scrittura, e nel mentre in Italia le strutture musicali sono naufragate. Si lavora malissimo e pensavo fosse tutta fatica sprecata».
Cosa l’ha fatta tornare alla musica?
«Ha prevalso l’istinto, ho capito che nessuna fatica è sprecata. E mi ha aiutato l’invito di Vinicio Capossela a suonare sul palco principale del suo Sponz Festival a Calitri».
Adesso si riparte a pieno ritmo?
«In questi anni non ho mai portato troppo in giro il mio repertorio, suonavo con altre voci come Nada e Angela Baraldi, tante cose mi hanno distratto. Ora è il momento di portare le mie canzoni in giro, poi magari penserò ad un nuovo disco».
Canzoni note, ma poco ascoltate con Zamboni alla voce.
«Per molti versi infatti è un repertorio nuovo, chi le ha ascoltate le ha sentite poco in questa forma».
I vecchi brani erano scritti per altre voci. Cambierà la sua scrittura, pensando di cantarli in prima persona?
«Il modo di scrivere sarà diverso, è inevitabile, io ho scritto canzoni pensando alle voci di Ferretti e della Baraldi, le loro voci e i loro corpi mi spingevano verso una determinata composizione».
E la voce di Massimo Zamboni?
«Devo pensare ad un’altra forma, diversa, di certo non al punk anarchico».
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