Gazzetta di Reggio

Il progetto 

Le tele “imbrattate” dai ballerini nella performance a Palazzo da Mosto

G.B.
Le tele “imbrattate” dai ballerini nella performance a Palazzo da Mosto

Sabato scorso Aterballetto ha messo in scena Maps 1:610 realizzata dall’artista spagnolo Jorge Pombo e dal danzatore  Saul Daniele Ardillo 

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REGGIO EMILIA

Un progetto in cui vis à vis si fronteggiano per poi mischiarsi danza e arti visive, frutto della collaborazione tra Fondazione Palazzo Magnani e la Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto. Succede che alcuni danzatori ballano sopra a delle tele e il risultato, le tele “imbrattate” dalla danza, costituiscono l’opera d’arte. Con questa performance singolare dal titolo con “Maps 1:610”, sabato scorso Aterballetto è ritornato nelle sale di Palazzo da Mosto. L’hanno realizzato l’artista spagnolo Jorge Pombo e Saul Daniele Ardillo, danzatore con una peculiare sensibilità anche verso la pittura. L’idea è nata dal profondo interesse di Pombo che vive da anni nella nostra città per un tema insolito: la messa in discussione del controllo sulla creazione artistica. In questo senso con questo suo percorso creativo, egli dichiara l’interesse per la generazione del Black Mountain College e per l’ibridazione dei linguaggi.

Sabatole tele vengono mostrate al pubblico (ore 18) mentre è possibile, in un’altra stanza, rivedersi il video della coreografia.

«Nello specifico in una della sale del palazzo, sono stese come tappeti, mappe di città in carboncino che diventano lo spazio sul quale cinque danzatori di Aterballetto, Damiano Artale, Ina Lesnakowski, Grace Lyell, Ivana Mastroviti, Roberto Tedesco, sviluppano una coreografia, sfumando o modificando i disegni delle tele. «Ho scelto la musica di Chopin, due Notturni e due Preludi – spiega Ardillo – per realizzare un tappeto musicale classico percorso anche da un sound elettronico per esprimere il desiderio di uscire attraverso il pianoforte e vincere il senso di “resistenza” che la città ci comunica costringendo a rimanere: il contrasto musica classico e suoni elettronici è lo stesso che visivamente si nota tra la fissità delle tele e le modifiche attraverso la danza». Personaggio di rara sensibilità, delicatissimo nei modi, oltre ad essere ricco di idee, capaci di provocare profonde suggestioni – si ricorda il suo recente “Notturni” a solo di Ivana Mastroviti ad In/Finito per Fotografia Europea, Ardillo sa anche ben raccontare il suo pensiero; e così trasmette in modo diretto le emozioni. «Non ci sono protagonisti in “Maps 1:610”, non storie, ma soltanto la volontà di creare movimenti necessari a rappresentare uno stato d’animo che ognuno di noi avverte in una situazione di costrizione come può comunicare lo stare in una di quelle città rappresentata dalle mappe. Il mio gesto creativo è dettato dalla necessità di fare dei movimenti, non è finalizzato meramente a sfumare le tele…sarebbe banale. Cruciale – conclude Ardillo – la presenza di una tela bianca rugosa raggrinzita che all’inizio intrappola alcuni ballerini, ma dopo si stira diventando più malleabile. Sarà il pittore che entra in scena due minuti dalla fine a toccare la tela e poi, subito buio. Così si conclude la performance alludendo in modo misterioso all’inizio o alla fine di un processo creativo del pittore per il quale i danzatori rappresentano qui delle muse ispiratrici, le idee che vagano nella sua testa». —

G.B.

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