«Un omaggio al ’68 lanciato nel futuro»
Il pianista Andrea Rebaudengo domani sera al teatro Valli Insieme a lui sul palco Mirco Ghirardini e Simone Beneventi
REGGIO EMILIA
Un concerto dove, come non si suol dire, succede un ’68, scrive Roberto Fabbi dei Teatri a proposito dell’appuntamento “Les murs ont la parole. Suoni intorno al ’68” con tre musicisti di razza, dalla personalità prorompente che avrà luogo domani alle 18 sul palcoscenico del Valli.
I protagonisti, più volte apprezzati, Mirco Ghirardini, Andrea Rebaudengo e Simone Beneventi (clarinetti e sax, pianoforte, percussioni) proporranno al pubblico un’escursione musicale prima durante e dopo il fatidico 1968. L’anno in cui, secondo lo slogan del maggio parigino, i “Muri hanno la parola”. C’est à dire que: l’imprevisto prende la parola, le gerarchie si ritrovano corrose, l’immaginazione cerca il potere, la trasgressione sostituisce l’obbedienza, così nelle piazze e nella protesta come nelle arti e nei linguaggi.
Dell’appuntamento che si annuncia ricco di sorprese, Andrea Rebaudengo, musicista variegato e non solo classico, in quanto viene invitato anche come jazzista e improvvisatore, commenta: «In un festival di musica d’oggi come Aperto non poteva mancare un bell’omaggio al ’68. Il nostro è qualcosa di moderno, legato al futuro, non vogliamo commemorarlo, ma lo lanciamo in avanti. Tiene in considerazione le performance con una caratura di teatralità e una gestualità realizzata con strumenti non abituali».
Un esempio?
«Eseguiamo pezzi “normali” come l’Ode a Che Guevara di Denisov, o un mio arrangiamento di Broadway Blues, per sax, piano e percussioni composto da Ornette Coleman (1968) e un altro Ludvig van. Homage by Beethoven /1970) in cui l’autore profana il tempio sacro della classica con libertà in un miscuglio di suoni, dai quali fuoriescono le melodie di Beethoven».
Qualche stranezza?
«La performance Solo for Violin di Nam June Paik affidata al percussionista Beneventi. E per quanto riguarda il lato gestuale, riserverà delle sorprese il brano commissionato per l’occasione di Giovanni Mancuso, Revolution n.68 - Free Mystic Kabarett per clarinetto basso, pianoforte, percussioni e oggetti accessori: come forbici, elicotteri e megafoni... L’autore realizza uno sguardo a posteriori a 50 anni di distanza, che si presenta come “azione politico-magico-acustica su canzoni del Maggio 68”. In questo ’68 succede di tutto, ma oltre al lato divertente vorrei rivelare la valenza poetica, non soltanto le urla».
E il brano di Reich?
«Nel suo “Pendulum Music” entrano la tecnologia e anche la provocazione. Il brano, composto proprio nel 1968, è per microfoni, monitor amplificatori e performer: tre microfoni dondolano dal soffitto e, sotto, altoparlanti che producono l’effetto Larsen (detto anche feedback, quel fischio che si innesca puntando un microfono verso l’altoparlante che lo amplifica)».
Lei è un musicista che si dedica a tante cose...
«Sono curioso e sono attirato dalla musica contemporanea, che mi permette di costruire dei progetti. Oggi è difficile concepire il lavoro del pianista nella maniera tradizionale».
Su Ghirardini e Beneventi?
«Sono colleghi ma anche grandi amici. E così è tutto più facile: un programma folle come questo bisogna realizzarlo con persone con le quali esiste un feeling. Noi siamo una squadra». —
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