Gazzetta di Reggio

l’intervista 

«Il mio autoritratto agli Uffizi il luogo in cui tutto è cominciato»

Cristina Fabbri
«Il mio autoritratto agli Uffizi il luogo in cui tutto è cominciato»

Omar Galliani racconta l’emozione di esporre la sua opera nel Corridoio Vasariano: «Proprio lì, da bambino, mi sono innamorato dell’arte. Così si chiude un cerchio»

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MONTECCHIO. «Lo ricordo come se fosse ieri. Ero sulle ginocchia di mio nonno e sfogliavo un calendario della banca in cui erano riprodotte le opere più importanti degli Uffizi. Ero un bambino. Quel giorno ho scoperto l’amore per l’arte, un amore che continua ancora oggi». Allora forse non è un caso se Omar Galliani – nativo di Montecchio, artista conosciuto e apprezzato a livello internazionale per i volti femminili e l’uso monumentale del disegno – ha realizzato per la prima volta un suo autoritratto e l’ha donato alle Gallerie degli Uffizi di Firenze. Forse era già scritto che una sua opera, prima o poi, sarebbe entrata a far parte della più grande collezione di autoritratti al mondo.

Ha esposto in lungo e in largo per il globo, però gli Uffizi sono sempre gli Uffizi. È emozionato?

«Deve sapere che quando ero piccolo i miei genitori mi accompagnarono agli Uffizi. Ho poi frequentato l’Accademia di Belle Arti a Firenze per due anni proprio perché lì c’erano gli Uffizi e tutto quello che cercavo. Entrandoci oggi con la mia opera... beh è come se un cerchio si chiudesse d’incanto».

Fra l’altro ci entra con un autoritratto. Cosa che non ha mai fatto prima d’ora.

«Mi è stato richiesto direttamente dal direttore degli Uffizi, il professor Eike D. Schmidt, per la collezione degli autoritratti del noto Corridoio Vasariano dove sono collocate opere che vanno da Raffaello, Rembrandt, Elisabeth Vigee Le Brun fino ai nostri giorni con Giulio Paolini e altri».

Che messaggio vuole trasmettere con questa sua opera?

«In un autoritratto si dovrebbero cogliere i tratti non solo del proprio volto ma del proprio lavoro, della propria esperienza creativa perpetrata nel tempo. I simboli che mi accompagnano in quest’opera dettano questo desiderio».

Quando l’ha realizzata e quanto tempo ci ha messo?

«La richiesta del professor Schmidt risale ormai a due anni fa. Ho aspettato che un’idea si concretizzasse senza fretta. Ho eseguito l’opera tra gennaio e marzo di quest’anno».

Nonostante la sua fama, ha sempre scelto di continuare a vivere in un paese di provincia. Come mai?

«Ho insegnato per molti anni all’Accademia di Urbino, quindi a Roma dove ho lavorato per diversi anni con un’importante galleria di quella città. Da alcuni anni la mia cattedra di pittura è a Milano, a Brera. Ho poi lavorato a Philadelphia e in Cina tornando sempre a Montecchio. La geografia di Reggio Emilia consente di raggiungere facilmente aerei o treni. Ci si può tenere in contatto ovunque, anche senza dover risiedere per forza a New York o Londra. Ho sempre lavorato viaggiando molto e portando da una piccola provincia del mondo quello che accumulavo strada facendo, compresa la nebbia emiliana. È stato più faticoso ma non mi pento».

Lei è un grande maestro. Può dare un consiglio ai giovani che vogliono approcciarsi oggi al mondo dell’arte?

«Il consiglio è di non accelerare i tempi della propria formazione. Attraverso internet, Facebook, Instagram oggi possiamo vedere del mondo dell’arte tutto e niente in brevissimo tempo ma non è sufficiente. La cosa più difficile oggi è la durata. Tenetelo a mente».

Guardando al futuro, ha progetti in cantiere?

«Una nuova grande mostra in Cina tra un anno e un’altra sempre in una importante fondazione a Venezia. Tema comune: l’acqua».

Nonostante tanti sogni, immagino, realizzati, c’è un sogno che custodisce ancora nel cassetto?

«Il sogno è che il desiderio dell’Opera non venga mai meno; sia un’opera pittorica, musicale, poetica, architettonica. In questo momento dove tutto è omologabile vorrei sopravvivesse quell’aura di sana anarchia che l’Arte deve mantenere per poter dire ancora una volta qualcosa di autentico e non scontato, e che parli ancora al cuore oltre che agli occhi». —


 

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