L’uomo che raccoglie i canti delle trincee
È Carlo Perucchetti, direttore del Centro Studi Musica e Grande Guerra «Su oltre 3.500 brani d’autore, i temi sono gli stessi: la mamma, la morte...»
REGGIO EMILIA
L’occasione è quella giusta per raccontare del Centro Studi Musica e Grande Guerra, realtà unica a livello nazionale, esistente nella nostra città, fondata e diretta con straordinaria dedizione da Carlo Perucchetti.
Il fatto è che domenica alle 21, nella cripta della cattedrale, nell’ambito di Soli Deo Gloria, si tiene il concerto “Musiche a 100 anni dalla fine della Grande Guerra” con la Schola Cantorum Sancta Caecilia di Correggio e il Coro Mavarta diretti rispettivamente da Andrea Beltrami e Silvia Perucchetti. In programma anche la prima esecuzione moderna del Requiem di Michele Mondo, uno delle svariate musiche custodite nel Centro.
Il luogo è ad hoc, in quanto nella cripta si trovano le lapidi che ricordano i 6041 reggiani caduti in quella immane tragedia. E pure la data, in quanto la Grande Guerra, in Italia, finì il 4 novembre del 1918. «Siamo partiti come associazione nel 2012 – spiega Perucchetti, già violinista della Filarmonica Toscanini, ora impegnato a tempo pieno in questa realtà – con la finalità di raccogliere la più ampia documentazione (biografie, spartiti, registrazioni, immagini, bibliografie e sitografie...) relativa alla produzione musicale, a livello sovranazionale, negli anni della Prima Guerra Mondiale e, in particolare, sulle opere composte dai musicisti impegnati nei vari fronti o costretti alla prigionia di guerra». Quindi è arrivato l’approfondimento dei canti dei soldati, i canti della tradizione orale, dei quali Perucchetti si era già occupato negli anni Novanta a Sant’Ilario, dove vive dal 1975.
Ma da dove arriva l’idea di ricercare la musica d’autore?
«L’ho avuta circa 25 anni fa, dopo essere entrato in possesso del materiale (lettere, pitture e musiche) che mio nonno, Giuseppe Denti di Cremona, aveva prodotto dal fronte e in prigionia. Con queste premesse era quasi doveroso fondare questo Centro che ora ha la sede in via Dante 11 e lavora in rapporto strettissimo con Istoreco; il presidente è Lorenzo Fornaciari».
Come si pone il Centro a livello nazionale?
«Il Centro offre agli interessati biografie degli autori, partiture ma anche registrazioni; nonostante siano trascorsi sei anni è come se fossimo appena partiti. Puntiamo alla valorizzazione di un repertorio pressoché ignoto con punte di qualità straordinarie. Penso ad autori come Debussy, Ives, Elgar, Malipiero, Ravel... la guerra ha attraversato la cultura mondiale. Essendoci costituiti nel 2012, alcuni anni prima rispetto a quando è stato istituito il comitato per le celebrazioni dei 100 anni della Grande Guerra, siamo stati i primi a realizzare una convenzione con il Ministero, dato che eravamo già pronti. Alla nostra realtà, aderiscono circa 40 soci e ci auguriamo che si ampli il più possibile per affrontare tematiche inedite di grande interesse da vari punti di vista: musicale, storico, musicologico, letterario. Diversi storici (ad esempio Giovanna Procacci, Nicola Labanca, Lucio Fabi, Rolando Anni) ci sono vicini per consentirci di orientare al meglio la contestualizzazione delle opere musicali. Oramai il Centro Studi è conosciuto e viene coinvolto per incontri, concerti, mostre e conferenze su tutto il territorio nazionale».
Rispetto al materiale raccolto, quali riflessioni si possono fare?
«Ci si accorge che la musica e il canto offrono una lettura “strutturale” della guerra in quanto consentono un collegamento a presa diretta; si annullano i 100 anni di distanza, mentre si colgono profonde e infinite emozioni. La musica si colloca idealmente all’estremo opposto di uno degli elementi che caratterizza la guerra: il rumore; e in questo senso compositori che erano in guerra e i soldati che cantano praticano un vero e proprio atto di resistenza alla guerra stessa. E poi il canto costituiva, in una società che cantava, una naturale forma di espressione».
Cosa si esprimeva cantando?
«I soldati di tutti gli schieramenti con le parole dei canti raccontavano quello che stavano vivendo e i temi ricorrenti sono gli stessi: la lontananza, la fidanzata, la mamma, la famiglia, l’addio, il treno, la morte. I soldati italiani, che parlavano tutti in dialetto, imparano la lingua anche dal canto».
Qualche numero?
«Sono oltre 3.500 i brani d’autore che il Centro Studi ha individuato come pertinenti alla ricerca e 800 i canti trovati solo in Italia. Nel confrontare le varie raccolte ho imparato diverse cose: ad esempio “Tapum” veniva cantato già prima della guerra dai minatori impegnati a scavare la galleria del San Gottardo. E tra i canti più belli: la melodia struggente di “Sui Monti Scarpazi” (trentino) o il friulano “Stelutis alpinis” di Arturo Zardini. Per quanto riguarda la musica colta, il repertorio offre autentici capolavori come “Elegia eroica”, alla memoria di un soldato morto, di Alfredo Casella o la chanson per soprano e pianoforte di Debussy Noël pur des enfants qui n’ont plus la maison».
Per quanto riguarda iniziative più strettamente reggiane?
«Oltre ad una mostra di musica e guerra, che saremmo in grado di proporre come Centro Studi, con tutto il materiale iconografico, auspico un concerto con le musiche dei compositori reggiani dell’epoca: Guglielmo Zuelli, Guglielmo Mattioli, Alberto Franchetti, Vincenzo Gianferrari, Roberto Rossi, Aurelio Barbieri. Ma il nostro momento clou, con visibilità a livello nazionale, continuerà ad essere l’annuale Giornata di Studio che si tiene all’Istituto musicale Peri con relazioni di studiosi ed esecuzioni di alto livello, dedicate ogni anno ad un tema diverso. L’anno prossimo toccherà alla musica della Gran Bretagna». —
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