Il doppio nel teatro e nel cinema La lezione di Alessandro Aronadio
Il regista di “Io c’è” oggi alle 18 sul palcoscenico del Teatro San Prospero «La doppiezza è insita in noi Rimbaud diceva: Io è un altro»
REGGIO EMILIA
Oggi alle 18 al Teatro San Prospero, in via Guidelli 5, sarà ospite del Reggio Film Festival Alessandro Aronadio, scrittore, fotografo, regista, sceneggiatore. Dopo essersi laureato in psicologia, Aronadio si è diplomato in regia cinematografica alla Los Angeles Film School. Ha scritto e diretto “Io c’è”, film uscito quest’anno con Edoardo Leo e Giuseppe Battiston. A Reggio parlerà del suo rapporto con il doppio, un tema ricorrente nelle sue opere, che riflette il fil rouge dell’edizione di quest’anno del Reggio Film Festival: lo specchio.
Come nasce l’interesse per questo tema?
«In un certo senso tutti siamo doppi, a partire dai due emisferi del cervello. Tutti abbiamo due occhi, due mani... ma allo stesso tempo siamo individui, cioè persone che non si possono dividere. La doppiezza è insita in ognuno di noi: come diceva Rimbaud, “Je est un autre”, “Io è un altro”. Esistono, fin dall’antichità, usanze e tradizioni legate al tema del doppio, che si porta sempre dietro una certa ambivalenza. Il doppio è “doppio” per definizione».
Ad esempio?
«Pensiamo ai gemelli: in alcune culture vengono considerati di buon auspicio, in altre sono guardati come qualcosa di nefasto. Nell’antica Grecia, i personaggi di alto rango avevano chi durante la giornata ne seguiva i movimenti, per poi replicarli durante i riti funebri. Una sorta di costante memento mori. Da qui ho deciso di affrontare il doppio nell’arte e nel cinema. Nello specifico, nel cinema di Cronenberg».
Come emerge il doppio in Cronenberg?
«La mia analisi verte soprattutto su “Inseparabili”, film del 1988 che parla, appunto, di due gemelli inscindibilmente legati. Ma in realtà tutto il suo cinema si immerge nella psicopatologia del doppio. Un tema molto affascinante, a cui ho dedicato la mia tesi di laurea. Che poi è diventata un libro: “Lo strano caso del Dr. David e di Mr. Cronenberg”».
Anche il suo primo film da regista, “Due vite per caso”, parla del doppio.
«Sì. È una sorta di “sliding doors”: una sera, per sbaglio, un ragazzo tampona un’auto, che si rivelerà quella di due poliziotti in borghese. Da quel momento la sua vita cambia per sempre. Ma poi c’è l’altra strada, quella in cui riesce a fermarsi in tempo e a evitare l’incidente. Due esistenze parallele. È un film anche un po’ politico, che va oltre il semplice espediente narrativo: chiama in causa le forze dell’ordine, il disagio del protagonista».
Anche in “Orecchie” e “Io c’è” troviamo lo stesso tema?
«In un certo senso sì. “Orecchie” racconta di questo ragazzo che, un bel giorno, deve mettersi alla ricerca di un amico scomparso. Alla fine scoprirà chi è, ma, al funerale, finirà per fare un’orazione funebre a se stesso. Mentre in “Io c’è” abbiamo un protagonista che è la pecora nera della famiglia ma quando indossa il suo abito da guru diventa un leader carismatico amato da tutti. Il doppio è anche questo: a seconda di come ci si presenta e di come ci vedono gli altri, cambia la nostra identità». —
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