Gazzetta di Reggio

L’intervista 

«Combattere la disoccupazione? Basta iniziare a lavorare meno»

E.L.T.
«Combattere la disoccupazione? Basta iniziare a lavorare meno»

Domenico De Masi, sociologo, oggi pomeriggio (ore 17.30) alla biblioteca Panizzi per presentare la sua ultima pubblicazione intitolata “Il lavoro nel XXI secolo” 

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REGGIO EMILIA

«Ogni giorno le prime pagine dei giornali parlano di lavoro: perché manca, perché stanca, perché stressa, perché muta, perché costa, perché non rende. Chi non ce l'ha lo desidera; chi ce l'ha vorrebbe smetterlo, ridurlo o cambiarlo (...) E tragica è la condizione di chi oggi odia il suo lavoro o lo perde o non riesce a trovarlo in una società fondata proprio sul lavoro».

Anche per Domenico De Masi vale l’adagio «lavorare meno per lavorare tutti», ridistribuendo però la ricchezza su scala più ampia. La chiave della felicità, in un mondo lavorativo a manodopera e mente in opera decrescenti, sarà quindi l’equità unità alla creatività, da applicare anche nel tempo libero.

De Masi - sociologo e già preside di Scienze della Comunicazione alla Sapienza di Roma - crea un’acuta riflessione sul lavoro nel suo nuovo libro “Il lavoro nel XXI secolo” (Einaudi, 820 pp., 24 euro), volume che sarà presentato al pubblico oggi alle 17.30 alla biblioteca Panizzi, protagonista del secondo appuntamento di “Letture della laicità”, la rassegn organizzata da Iniziativa laica in collaborazione con la Panizzi. A moderare l’incontro di oggi sarà il giornalista della Gazzetta Enrico Lorenzo Tidona.

Per De Masi il lavoro non deve essere una condanna ma una “gioia creativa”, per la combinazione di progresso tecnologico, globalizzazione, mass media e istruzione, che esplodendo comportano una riorganizzazione della vita anche nella sfera privata.

Professor De Masi, in un mondo in cui molti temono di perdere il lavoro lei parla del benefico effetto dell’“ozio creativo”. E’ una provocazione?

«Con ozio creativo intendo la sintesi tra studio, lavoro e gioco. È il paradigma della società post industriale. Prima non conoscevamo altro se non la relazione fisica e la fatica sul posto di lavoro. Ora la forte componente intellettuale consente di destrutturare il lavoro. Ormai gli operai sono il 33% della forza lavoro e si ridurranno ancora sostituti sempre più dai robot, così come i contadini furono costituti dai concimi chimici e dai trattori. La differenza è che il lavoro creativo e intellettuale si può fare divertendosi, apprendendo in maniera continuativa».

La sua è quindi una prospettiva positiva?

«Sì. Il problema è che alcuni non hanno lavoro perché altri lavorano troppo. In Italia continuiamo a lavorare tanto, come quando non c’erano le macchine. Qui si lavora 40 ore settimanali, in Germania 32 ore e i metallurgici tedeschi tra pochi giorni passeranno a 28 ore. Da noi il 10% delle persone sono disoccupate perché lavoriamo 1.800 ore l’anno contro le 1.400 dei tedeschi. In Germania alle 17 i manager vanno a casa mentre in Italia si inizia un’altra riunione. Annullando questa differenza daremo un calcio alla disoccupazione».

L’automazione ha ridotto il lavoro fisico umano. Il digitale e l’intelligenza artificiale annulleranno anche il lavoro mentale?

«Medici e avvocati lavoreranno molto meno e non solo loro. Ma la ricchezza totale sarà di più ma non dovrà andare nelle mani dei soli produttori di robot. Il problema non è produrre la ricchezza ma suddividerla. Il pianeta, cioè 7 miliardi di persone, hanno prodotto una crescita del 3,5% in più in un anno ma l’80% è andato a solo 1.200 persone. Diciamo che il comunismo sapeva suddividere la ricchezza ma non crearla, mentre il capitalismo ha fatto il contrario. Serve una nuova soluzione a livello mondiale».

Non si rischia di andare verso una sorta di nuovo assistenzialismo con effetti depressivi a livello mentale?

«Il pericolo c’è ma io penso che ci sarà un mondo nel quale tutti lavorano meno e tutti avranno più tempo libero. Il problema è la cultura, quella che aiuta a impiegare il tempo libero senza farlo decadere nell’ozio non creativo. In Italia abbiamo un 23% di laureati contro il 66% della California. Aumentare l’istruzione porterà a un migliore equilibrio. Questa è la nostra sfida». —

E.L.T.

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