Gazzetta di Reggio

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Nella chiesa di San Carlo nove artisti raccontano il dramma della migrazione

REGGIO EMILIA ; MARTINA RICCÒ
Nella chiesa di San Carlo nove artisti raccontano il dramma della migrazione

Una narrazione circolare di 66,89 minuti voluta dall’associazione “Flag no Flags” «L’arte contemporanea rilegge la realtà»

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Una narrazione circolare di 66,89 minuti. Si parte da un addio, e lì si ritorna.

Domani nella chiesa dei Santi Carlo e Agata, in via San Carlo, a Reggio, sarà inaugurata “Diaspora”, una mostra composta da video che esplorano ed espandono il tema del titolo.

È l’ultima proposta dell’associazione culturale “Flag no Flags” (bandiera senza bandiere, in italiano) che dal 2010 si impegna a cercare di capire, attraverso l’arte, la società e la contemporaneità.



In 66,89 minuti si ascoltano – e si guardano – storie diverse: «Distruzione di cliché, ricostruzione di muri, ritorni, genitori in attesa, cieli di colori improbabili, nuvole veloci o mari immobili. Vite che sono pacifiche e gratificanti anche a - 10 gradi e migrazioni per cambiamenti climatici», spiega Manuel Portioli, curatore del progetto.

Gli artisti partecipanti – tutti giovani – sono Beatrice Favaretto, Evi Pärn, Clémence B. T. D. Barret, Vardit Goldner, Shahar Marcus, Hidemi Nishida, Felice Hapetzeder, Wenlin Tan e LIUBA. La loro opera è stata selezionata su più di trenta video arrivati da tutto il mondo. «Alcuni di loro si concentrano sulle migrazioni personali – rivela Portioli – in quanto la maggior par te degli artisti partecipanti vive o ha studiato in un paese straniero. Altri si preoccupano del viaggio mortale di migliaia di persone attraverso un tratto di mare che è la culla di civiltà eccezionali, ed ora è l’equivalente di un muro con filo spinato. Uno dei video si concentra sulla gentrificazione e sulle sue vittime sparpagliate – continua – uno pubblicizza un oggetto di consumo quotidiano il cui valore fluttua disperatamente da un posto all’altro».



Una visione prismatica di quello che, secondo Giuseppe Villa, tra i fondatori dell’associazione “Flag no Flags”, «è uno dei principali fenomeni del nostro tempo: l’abbandono della propria terra d’origine».

In questo progetto, spiega, «ci sono opere che hanno ai loro punti cardinali il dolore e la speranza, la separazione e l’abbandono, il caso e il destino, il dramma e la salvezza. Sono opere che guardano alla necessità e alle possibilità di integrazione, opere che ci parlano dell’esigenza di dover guardare a comunità nuove, multietniche, dove il valore sta nella differenza e non nell’esclusione».



Il fatto di lasciare il campo ad artisti giovani e giovanissimi, d’altra parte, permette di uscire dagli schemi con maggiore facilità. «La loro produzione – conferma Villa – ci consente di percepire e sentire ciò che nessun numero, nessuna analisi statistica o sociologica può trasmettere».

Non è però solo questo il motivo per il quale la chiesa di San Carlo, da otto anni, si apre ai giovani: «Un numero crescente di artisti under 25 – spiega Villa – si impegna a rileggere ed interpretare la complessità dei processi di globalizzazione in atto. E il loro contributo su temi di carattere sociale, ecologico, politico ed economico è indubbiamente ciò che sempre più caratterizza la ricerca e la produzione nell’arte contemporanea. La funzione dell’arte contemporanea, questo almeno è quello che crediamo noi, si realizza sempre più dichiarando la sua positività sulla realtà e sulle problematiche situazioni socio-economiche e politiche del presente. Sono oltre venti milioni le persone di origine straniera che popolano oggi l’Unione Europea – conclude – tutte con provenienze culturali ed esperienze diverse. A loro e a tutti gli altri che sono oggi in fuga dai propri Paesi di origine, intendiamo dedicare questa iniziativa espositiva». —





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