Natalino Balasso si traveste da Arlecchino «Ma non sarà il solito»
L’attore in scena domani sera, martedì 20 novembre, al Boiardo di Scandiano «Dimenticatevi Strehler, il nostro lavoro è corale»
SCANDIANO
Un omaggio corale e coraggioso ad un classico assoluto del nostro teatro. Natalino Balasso, volto noto televisivo ma ancora più grande protagonista del teatro italiano contemporaneo, si prepara ad affrontare anche a Scandiano “Arlecchino servitore di due padroni” di Carlo Goldoni, rivisitato dalla regia di Valerio Binasco. Lo spettacolo sarà in scena domani, martedì 20 novembre, alle 21 al teatro Boiardo.
Il pubblico non si aspetterebbe qualcos’altro da lei?
«Ormai il pubblico che mi conosce per la tv è sempre minore, alla fine sono 30 anni che giro i teatri italiani. Forse giro poco l’Emilia, ed è strano perché ci vivo, ma sono sempre a teatro. A Scandiano ci sono già stato, ed ero stato molto bene».
Ora tocca a Goldoni. Una novità, per lei?
«No, lo avevo già affrontato con Gabriele Vacis, quest’anno mi dedico a tempo pieno a un Goldoni rivisitato. Prima con Arlecchino rivisto dalla regia di Binasco, poi sarò con La Bancarotta; in quel caso, il testo è stato completamente riscritto da Vitaliano Trevisan».
Arlecchino è una delle grandi icone italiane. Quanto è difficile approcciarsi a lui?
«Soprattutto ci vuole del coraggio ad affrontare questo testo, “Arlecchino servitore di due padroni” è un monolite rappresentato dalla regia e dalla messa in scena di Giorgio Strehler. Un testo che ancora oggi sta girando, e con successo. Ma la nostra versione è molto diversa».
In che senso?
«Strehler parte da un’interpretazione del Goldoni primitivo, quello che scriveva per la commedia dell’arte, scriveva canovacci su cui i comici improvvisavano. A propria volta lo cambiò».
Come?
«Goldoni, quando riforma il suo teatro, abbandona le maschere; i personaggi acquistano introspezione, siamo già al teatro moderno. E a quel punto sento l’esigenza di riscrivere Arlecchino. Strehler, invece, prende l’estetica della commedia dell’arte, ogni scena è pensata per far fare un numero ad Arlecchino, la storia passa in secondo piano».
Con voi no?
«No, Binasco parte dalla storia di due innamorati che dopo un omicidio fuggono a Venezia. E qui iniziano gli equivoci legati al servitore di entrambi, Arlecchino. Loro vogliono riunirsi e lui vuole tenerli divisi. Arlecchino non è più il mattatore ma parte di un’opera corale. È un lavoro divertente, ma a tratti anche commovente».
Un bel salto. Non avete paura della reazione del pubblico?
«Qui va dato merito alla bravura di Binasco. Ha realizzato una regia che attira gli spettatori. A Torino c’era anche Arturo Brachetti a vederci: ci ha detto che aveva visto decine di messe in scena dell’Arlecchino, e questa era la prima volta in cui capiva la trama».
Nella versione da commedia dell’arte lei sarebbe stato il mattatore. Qui non è così. Le va bene lo stesso?
«Trovo molto più interessante il teatro corale, se volessi fare un monologo potrei farne uno mio anche a teatro. In questo caso è bello che tutta la compagnia sia coinvolta, e chi verrà a vedere lo spettacolo capirà quanto è alta la qualità degli interpreti. È una bella festa di teatro». —
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