Per San Prospero? Facciamo i turisti
L’architetto Mauro Severi ci guida alla scoperta della basilica più amata dai reggiani: «Continuate a cavalcare i leoni»
REGGIO EMILIA. È proprio dietro il duomo, a quattro passi dalla Ghiara e si affaccia su una piazza che tutti chiamano “céca”, eppure non ha rivali: San Prospero è la chiesa dei reggiani.
«È così da sempre – svela l’architetto Mauro Severi – e sempre sarà».
C’è un motivo?
«La basilica, ricostruita nel 1500, sorge nel luogo in cui, nel 997, fu costruito il tempio dedicato al patrono della città, San Prospero. Il legame tra Reggio e il suo patrono è sempre stato molto forte, al punto che si decise di edificare una chiesa pubblica, piena di stemmi della città e dedicata a San Prospero, vicino alla cattedrale del vescovo».
Una particolarità reggiana?
«Anche a Bologna troviamo San Petronio, la chiesa del comune, voluta dall’autorità politica, e la cattedrale San Pietro; ma a Reggio le due chiese si affacciano sulla stessa piazza».
Domani, in occasione della festa del patrono, la basilica di San Prospero sarà aperta. Un’occasione per visitarla?
«Assolutamente sì, dobbiamo iniziare a vivere la nostra città con la curiosità dei turisti. Le nostre chiese sono degli scrigni pieni di tesori».
Parliamo di San Prospero, cosa non dobbiamo assolutamente perderci?
«Partiamo dall’esterno? La facciata di San Prospero è strepitosa, una quinta scenica che si affaccia sulla piazza e dialoga con le absidi e le cupole del duomo. È stata realizzata dall’architetto Giovan Battista Cattani tra il 1748 e il 1753. Le statue sono di pietra calcarea proveniente dalle cave di Verona. Guardando dal basso si trovano i quattro dottori principali della chiesa: Sant’Ambrogio, San Gregorio Magno, Sant’Agostino e San Girolamo. Più su troviamo San Grisante e Santa Daria, compatroni della città, e, nelle nicchie centrali, San Massimo e San Venerio. Sulla sommità c’è il gruppo scultoreo costituito dall’imponente statua di San Prospero, ai cui lati troviamo Santa Caterina d’Alessandria e Santa Gioconda. Ma guardate la mano di San Prospero, che avanza a proteggere il medaglione della città».
Di fianco c’è la torre, per cui la comunità si sta mobilitando.
«È a pianta ottagonale, progettata dall’architetto Giulio Romano. Presenta diversi ordini architettonici: dorico, ionico, corinzio. È una sorta di manuale d’architettura che speriamo di riuscire presto a rileggere, con il restauro».
A questo punto possiamo varcare la soglia d’ingresso. Dentro cosa troviamo?
«La chiesa ha tre navate, ed è a croce latina. Ospita inoltre cappelle ricche di testimonianze artistiche volute dalle famiglie nobili e anche dalle corporazioni delle arti. In quella dei calzolai c’era un’opera di Guido Reni, una Madonna con i santi, finita a Dresda. In quella dei Pratonieri c’era il capolavoro del Correggio, “La notte”. Ora nella cornice originale, anch’essa attribuita ad Antonio Allegri, si trova una copia del dipinto. Bellissimi, tra le sculture, il “Cristo portacroce” commissionato dal conte Scaioli, e i busti dei patroni. Ma a lasciare a bocca aperta sono il coro ligneo intagliato e intarsiato dai De Venetiis, e il “Giudizio universale” affrescato nel presbiterio da Camillo Procaccini, con al centro quel Cristo deposto che fa pensare al Mantegna».
All’appello mancano forse solo i leoni...
«I più importanti, almeno dal punto di vista affettivo. Tutti i reggiani li hanno cavalcati, e chi adesso non lo può più fare li fa cavalcare a figli e nipoti. Una tradizione bellissima, che non li rovina. Quei leoni furono acquistati intorno al ’400 da una famiglia nobile con l’idea di decorare la facciata di una chiesa, ma poi furono messi lì. Simboleggiano la protezione dal maligno, sono a difesa di Prospero e della città». —
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