Nell’esordio con “Le Villi” c’è già tutto il Puccini futuro
L’opera giovanile anticipa la forza creativa che ha reso immortale il maestro Balletto sacrificato dallo spazio disponibile, solida direzione di Giorgio Morandi
“Le Villi”, ovvero il punto di partenza di Puccini operista. Normalmente quando si citano i lavori che anticipano la maturità di un autore – nel caso del compositore lucchese fanno capo a quei titoli che lo hanno consacrato a livello planetario – si parla di creazioni acerbe. Si dice così anche quando non si vuole ammettere che a volte la mano dell’artefice non si riconosce affatto.
Per Puccini è radicalmente diverso. Nelle Villi è subito lui: già dalle note iniziali del Preludio, suonate da fagotto e clarinetto punteggiate dalla massa degli archi. Queste sono note decisamente pucciniane che ritornano in una delle più belle pagine dell’opera: il duetto di Roberto e Anna alle parole “Non esser, Anna mia, mesta si tanto”, mentre nella seconda parte il Preludio presenta delle assomiglianze wagneriane (preludio del Parsifal).
Sbalordisce la chiarezza d’intenti di questo primo Puccini che si presenta già con la sua specifica tavolozza di colori, quindi è azzeccata l’idea di proporlo in cartellone. E lo spettacolo coprodotto con il Comunale di Modena a firma della regista Cristina Pezzoli con la direzione di Pier Giorgio Morandi al Valli, ha riportato un bel successo.
Per quanto riguarda la musica dunque, non si può parlare di immaturità, sembra piuttosto poco incisivo come il testo di Fontana venga inglobato alla musica senza riuscire a costituire un tutt’uno con essa: è come se Puccini resti a guardare mentre fa delle prove. Così ci troviamo di fronte a un lavoro sperimentale percorso, pur nella brevità, da una musica copiosa che sfocia in due lunghi momenti orchestrali: “L’abbandono” e “La tregenda” in cui la Filarmonica dell’Opera Italiana Bruno Bartoletti guidata da Morandi, solida bacchetta, mostra di saper rendere il contrasto tra il carattere elegiaco del primo e la frenesia del secondo anche se per i musicisti è risultato più agevole appesantire i suoni piuttosto che alleggerirli.
L’opera oltre al ballo, apparso un po’ sacrificato per il poco spazio scenico (tuttavia apprezzabili le coreografie di Fernando Melo per i danzatori di Agorà Coaching Project), presenta un passo recitato – realizzato a meraviglia da Riccardo Lai nei panni di un malinconico angelo – che collega le due parti: la festa di fidanzamento di Anna e Roberto con la seconda comprendente la morte dei due; Roberto viene annientato dalla cieca vendetta delle Villi, danzatrici in abito da sposa i cui volti sono quelli di repellenti bambole.
La Pezzoli crea due ambienti a proposito di colori: l’uno sgargiante e l’altro dalle tinte color del ghiaccio con una declinazione di grigi evocativi dei quadri di Friedrich.
Alla regista va il merito di condurre l’azione con una precisione quasi calligrafica, calcando la mano sul carattere fiabesco ma dai risvolti umani e approfondendo i caratteri dei protagonisti: sensibile e umbratile quello di Anna, ingenuo quello di Roberto e sicuro e un po’ spavaldo Guglielmo Wulf, padre di Anna.
Dal punto di vista vocale: Maria Pia Piscitelli offre alla prima eroina pucciniana, consumata dall’amore fino al sacrificio, una lettura appassionata a partire da “Se come voi piccina io fossi”, romanza davvero puccinana, dopo il coro d’apertura di fattura accademica. Quindi il tenore Matteo Lippi è stato il migliore sulla scena: ineccepibile il fraseggio con il quale ha espresso l’esuberanza del personaggio che lotta con il destino e la sua romanza “Torna ai felici dì” è stata la più applaudita. Alberto Gazale (Guglielmo) non sempre è apparso intonato in quanto la sua aria “Anima santa della figlia mia” richiede doti belcantistiche più agguerrite. Ha comunque conferito al suo fraseggio un fresco slancio. Domani si replica alle ore 15.30. —
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