Gazzetta di Reggio

Gualtieri 

Le cartelle cliniche di Antonio Ligabue approdano nelle sale di Palazzo Bentivoglio

Andrea Vaccari
Le cartelle cliniche di Antonio Ligabue approdano nelle sale di Palazzo Bentivoglio

Ieri mattina in viaggio con Gaddomaria Grassi attraverso i tre ricoveri nei padiglioni del manicomio San Lazzaro

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Al di là dei problemi psichiatrici che negli anni gli erano stati diagnosticati, c’è un elemento che più di ogni altro sapeva tranquillizzare Antonio Ligabue nel corso dei suoi ricoveri: la pittura. Molto più di qualsiasi farmaco o di qualsiasi terapia coercitiva, dalle cartelle cliniche da paziente del San Lazzaro si denota che, quando era alle prese con pennelli e colori, “Toni” era assolutamente tranquillo e pacifico.

In viaggio

È uno dei tanti aspetti emersi ieri a Palazzo Bentivoglio a Gualtieri, dove sono state presentate le cartelle cliniche del grande artista, a 70 anni dall’ultima dimissione. In particolare, è stato Gaddomaria Grassi, presidente del Centro di storia della psichiatria e direttore del dipartimento di salute mentale dell'Ausl, a guidare i tanti presenti in un viaggio tra i tre ricoveri di Ligabue nel manicomio reggiano dove – tra i tanti padiglioni – il noto artista ha avuto ampio spazio per esprimere la propria creatività. Primo ricovero: Ligabue varcò la soglia del San Lazzaro per la prima volta il 14 luglio del ‘37 e vi rimase sino al 3 dicembre dello stesso anno, periodo nel quale gli venne diagnosticato uno stato depressivo. «Ciò che colpisce di questo ricovero – ha spiegato Grassi – è che all’ingresso nella struttura Ligabue ha un’identità molto forte, che però poi perderà via via. In quel periodo Toni venne anche legato, seppur per un breve periodo. Nei ricoveri svizzeri i medici si indirizzarono subito verso un ritardo mentale, qui invece si arrivò a prendere in considerazione uno stato depressivo, quello che oggi definiremmo disturbo bipolare, ossia l’alternanza di fasi di euforia e fasi di depressione». Alla prima dimissione si verificò un significativo rimpallo di responsabilità tra l’ospedale psichiatrico e il podestà.

Il rimpallo

Dalle lettere, emerge che nessuno voleva farsi carico del mantenimento di Ligabue, in quanto clinicamente giudicato “guarito”. Secondo ricovero: questo periodo è compreso tra il 23 marzo del ‘40 al 16 maggio del ‘41, mesi nei quali la diagnosi fu di “psicosi maniaco depressiva”. «È di nuovo piuttosto euforico – scrivono i medici – parla volentieri, ha numerose iniziative spesso poco opportune. Chiede continuamente di essere dimesso, tiene abbastanza alla pulizia personale, si nutre e dorme regolarmente». Al termine di questo periodo, Ligabue venne ospitato dallo scultore Andrea Mozzali – figura significativa per la sua storia – che lo fece dimettere e lo ospitò nella sua casa di Guastalla.

LA PAURA

Terzo ricovero: l’ultima fase comprese il periodo tra il 14 febbraio del ‘45 e il 6 novembre del ‘48. Quest’ultima data è particolarmente simbolica perché sono da poco trascorsi i 70 anni dalla sua ultima dimissione, ed è stato dunque possibile avere accesso alle cartelle cliniche. Il suo terzo ingresso nella struttura fu causato da un episodio di cronaca noto. «Dice che una sera della settimana scorsa – si legge in un passaggio della cartella clinica – ha accompagnato un tedesco all’osteria e ha bevuto con lui nove bottiglie di vino. Quando furono entrambi ubriachi, il tedesco ha dato dei pugni al paziente ed il paziente ha a sua volta percosso il tedesco sulla testa con una bottiglia. Il paziente teme per questo gli si venga fatto del male ed è molto ansioso. Al momento dell’ingresso – si legge – il malato è confuso, ordinato e tranquillo e ansioso per il fatto che teme di non uscire più dal manicomio». —



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