Lo Cascio: «La scrittura? Una sfida»
L’attore è oggi pomeriggio (ore 18) al Multiplo di Cavriago per presentare il suo primo libro intitolato “Ogni ricordo un fiore”
Oggi pomeriggio (ore 18) al centro culturale Multiplo di Cavriago, Luigi Lo Cascio presenterà il suo libro dal titolo “Ogni ricordo un fiore”, edito da Feltrinelli. A intervistarlo sarà Gabriele Tesauri, direttore artistico di NoveTeatro - Centro Teatrale Novellara, ente di produzione di spettacoli di prosa e teatro civile. L’evento è a ingresso libero ed è realizzato in collaborazione proprio con NoveTeatro. Luigi Lo Cascio, dopo il diploma all’Accademia di arte drammatica Silvio D’Amico, comincia una brillante carriera teatrale arrivando a vincere due volte il premio Ubu come miglior attore protagonista. Nel 2000 veste i panni di Peppino Impastato nel film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, ottenendo il David di Donatello. Due anni dopo esordisce alla regia con “La città ideale”, presentato alla 69° Mostra del Cinema di Venezia, e ora approda anche alla scrittura: questo romanzo è la sua opera prima. Ecco che cosa ci ha rivelato.
Come è arrivato alla scrittura?
«Ho sempre scritto, soprattutto da quando ho cominciato a leggere. Ma a leggere come legge un attore che studia recitazione: la lettura di un testo diventa qualcosa di personale, di intimo… è il presupposto per interpretarlo. Perché l’attore deve portare in scena la sua intromissione nel testo e l’intromissione del testo in lui. Da lì è venuta fuori la scrittura, come se fosse una risposta alla lettura. Appunti, considerazioni, versi, poesie».
E il libro come è nato?
«Dopo l’Accademia d’arte drammatica ho cominciato a scrivere testi teatrali. Questo romanzo invece nasce da una sfida che ho lanciato a me stesso: volevo vedere come sarebbe stato scrivere di ciò che succede ogni giorno. Incontri, esperienze, sogni… l’esperimento era capire se tutte queste cose potevano diventare incipit, inneschi per tante possibili storie. Dopo un po’ ho cominciato a intravedere la possibilità di metterli in un libro. E infatti sono proprio i duecentotrenta incipit che Paride Bruno, il protagonista del mio romanzo, si porta con sé».
Chi è Paride Bruno?
«È un uomo che affronta un viaggio in treno da Palermo a Roma, e nel frattempo riflette sulla propria esistenza. Approfittando della lentezza dell’Intercity, mentre è in transito legge questi incipit, da lui scritti, cercando a tutti i costi di farli continuare in una storia. Ma è affetto da una sindrome particolare, la Icm, incompiutezza cronica multifattoriale, che lo porta ad abbandonare tutto ciò che comincia, non solo nella scrittura».
Quanto c’è di autobiografico?
«Anche se mi somiglia, perché ha la mia età ed è di origini siciliane, la differenza tra me e Paride Bruno è che lui è ossessionato dal fatto di non poter proseguire dopo la prima frase di ogni incipit. Mentre io li ho scritti felicemente, per il piacere di scriverli».
Paride Bruno si definisce un esempio dello “spirito incerto e schizoide dei tempi”. Che significa?
«Viviamo immersi nell’accelerazione, costantemente distratti. Vogliamo fare tutto ma finiamo col rimanere con un pugno di mosche… è il mondo stesso ad essere schizoide. Allo stesso tempo però, leggendo questo libro, deve essere il lettore ad istituire dei nessi con la propria vita. Il mio suggerimento è di leggerlo in modo intermittente godendo della lettura di ogni singola pagina».
Altri progetti di scrittura?
«Negli anni ho accumulato diverse cose… intanto posso solo dire che lavorerò con Sergio Rubini a due spettacoli, entrambe sue riscritture: “Delitto e castigo” e “Dracula”. —
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