«Tutta la vita in 55 minuti»
“Romanzo d’infanzia” con Michele Abbondanza e Antonella Bertoni in Fonderia «Parliamo di ribellioni, fughe, ritorni, figli e genitori. E di colpe senza colpevoli»
Non sono molti gli spettacoli nati in Italia per un pubblico “a partire da sei anni” che da più di venti vengono ancora rappresentati e godono di un apprezzamento incondizionato. Uno di questi è “Romanzo d’infanzia” che sulla carta appartiene al genere “danza” – in scena troviamo Michele Abbondanza ed Antonella Bertoni – ma di fatto è uno spettacolo teatrale a tutto tondo, frutto di un’idea sviluppata da artisti di forte spessore che adesso è divenuto un classico. Una pièce forte ma chiara, “‘vera” ma dall’incredibile forza creativa che continua ad essere richiesta in Italia e non. A Reggio Emilia dopo il debutto, in questi vent’anni è stato apprezzato più volte; e ancora torna in scena domani e domenica (ore 17) alla Fonderia.
«”Romanzo d’infanzia” è frutto di una scommessa tra noi danzatori – spiega Michele Abbondanza, formatisi negli anni ’80 anche con Carolyn Carlson – e il Teatro delle Briciole, una delle più significative realtà italiane e non solo, per quanto riguarda il teatro ragazzi».
E l’incontro ha fatto scintille.
«Tra noi, parlo del drammaturgo Bruno Stori e della regista Letizia Quintavalla, vi era fondamentalmente un’amicizia che è sfociata nella voglia di lavorare insieme, quindi abbiamo fuso le nostre competenze e fantasie, creando uno spettacolo capace di unire generi separati: come danza, prosa e il canto. Allora, parlo del 1997, non vi era ancora questa necessità, così naturale e in voga ora, di impastare voce, gesto, immagini video, musica (attualmente spesso dal vivo, quindi a fine millennio, soprattutto l’unione di danza e parola che presentava lo spettacolo, fu allora una vera novità. “Romanzo d’infanzia” nasce come un atto di amore verso i più deboli, i bambini soprattutto, che come scrive Bruno Stori nel programma di sala: l’infanzia è come un diamante, trasparente e prezioso ma anche duro e fragile nello stesso tempo».
Di che cosa tratta “Romanzo d’infanzia”?
«La trama in realtà è molto semplice. Racconta di una famiglia-tipo: padre, madre, un fratello e una sorella. Si parla di scontri, fughe, rapimenti, sogni, bisogno ed eccesso d’amore, andando a toccare archetipi dell’umanità come le figure mitologiche, il vivere e il morire… In scena due danzatori che si alternano tra essere genitori e figli e poi di nuovo padre e figlio e madre e figlia e poi fratelli, sì, soprattutto fratelli, e alternano il subire e il ribellarsi e fuggire e difendere e proteggersi e scappare e tornare e farsi rapire per sempre senza ritorni: insomma vivere».
Quindi un lavoro che tocca il disagio infantile.
«Certo e lo fa partendo dall’interno dei rapporti primari-affettivi, della violenza fisica e psicologica che l’infanzia subisce a casa o nelle istituzioni, del delitto di non ascoltare i propri figli, di colpe senza colpevoli. In questo è compreso il desiderio di suscitare anche reazioni più mature da parte dei genitori: infatti le fughe avvengono per poter crescere, e poi amarsi in un altro modo magari creando altre famiglie».
Quante repliche ci sono state?
«Più di 700 non solo Italia ma anche in Europa e Canada, dove siamo stati proprio recentemente e dove dalle reazioni del pubblico, abbiamo capito che lo spettacolo è ancora vivo e vegeto. Per soddisfare le richieste, lo recitiamo in quattro lingue diverse e così differenti sono le reazioni che suscita: molti genitori si risentono un po’ e una volta un bambino, scappato sul serio da casa, al giornalista ha raccontato che lo ha fatto dopo aver visto “Romanzo d’infanzia… Mi raccomando bambini: non fatelo! Una volta a questo proposito qualcuno scrisse: “…è uno spettacolo che fa ridere i bambini e piangere i grandi”».
Quelle di questo fine settimana saranno però rappresentazioni speciali.
«Infatti so che in questi giorni alla Fonderia ci sarà anche la “mamma” del lavoro, cioè la regista Letizia Quintavalla: lo viene a veder dopo tanto tempo e questo per me e per Antonella Bertoni, sorella in scena, è molto dolce e insieme emozionante».
Per voi, adesso dopo più di vent’anni, anni essendo uno spettacolo dalla gestualità serrata, prorompente, può essere più faticoso interpretarlo?
«In effetti lo spettacolo dura 55 minuti ed è come affrontare i 100 metri, tutto d’un fiato; esigendo un ritmo pieno di movimento e di parole per una densità che trascina tutto. Ad un certo punto scendiamo tra il pubblico e ricordo che una volta correvamo di slancio sulle gambe della gente e sulle poltrone della platea... ora andiamo un po’ più cauti. Dopo tanti anni è un po’ più faticoso; noi di sicuro ci mettiamo lo stesso entusiasmo e curiosità della prima volta. Quando, in un gennaio del secolo scorso, Tommaso e Nina cominciarono a correre per una fuga che ancora ci chiedono di continuare». —
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