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il concerto 

Vasco Brondi al Valli con dieci anni di musica e sogni: «Il mio tour più bello»

Adriano Arati
Vasco Brondi al Valli con dieci anni di musica e sogni: «Il mio tour più bello»

Così finisce il progetto “Le luci della centrale elettrica”: «È una scelta obbligata, siamo arrivati alla Via Lattea»

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REGGIO EMILIA. «Il tour più che bello che abbia mai fatto». Non si nasconde Vasco Brondi, il nome dietro a “Le luci della centrale elettrica”, una delle più belle realtà del panorama indie-rock italiano, protagonista giovedì 20 dicembre (ore 21) di un attesissimo concerto al teatro Valli in occasione della rassegna “Leggera” di Arci. Un appuntamento importante per gli appassionati, l’ultimo con la sigla che ha reso famoso l’artista ferrarese, deciso ad abbandonare le Luci per un percorso ancora da disegnare.

Come procede il tour? Molte date sono esaurite, l’interesse è molto alto. Si aspettava una reazione così forte?

«Mi sta arrivando molto affetto e credo che sia il tour più bello che io abbia mai fatto. È indispensabile per me rendere sempre vivo questo lavoro, vitale, che faccia le scintille, che sia entusiasmante e difficile. Lasciare che si evolva con te e che ti faccia evolvere».

Quanto è complesso portare dieci anni di vita artistica e non solo in tour, sapendo che sarà l’ultima volta con questa sigla?

«Per me è facilissimo, non è neanche una scelta, è inevitabile. È come in quei funerali in cui si fa festa, si balla, si canta, ci si bacia. Si è semplicemente chiuso un ciclo, un racconto partito nella periferia di Ferrara e che ha raggiunto la Via Lattea».

Come si pone di fronte a fan che faticano ad accettare questa fine?

«Lavorando alla raccolta ho rivisto tutto le cose registrate in questi anni, e mi è arrivata chiara l’idea che questo percorso era finito. Per me “Le luci della centrale elettrica” non era solo un nome, era un immaginario, una scenografia di quelle canzoni, in cui quelle persone si muovevano. Ed era stato esplorato fino in fondo. È una scelta che mi permette la libertà di poter fare un piccolo salto evolutivo».

Ci sono ripensamenti, nostalgia, orgoglio?

«Spero che le Luci abbiano lasciato una possibilità. Una dimostrazione che c’è un spazio per cominciare a far musica senza avere nessuno dietro, fare un percorso intimo e profondo e popolare allo stesso tempo. Oggi chiudo il progetto “Le luci della centrale elettrica” nel momento di massimo seguito. In qualche modo ho dimostrato che si può fare la propria strada senza farsi troppo distrarre».

Dal punto di vista musicale, ha voluto dare una patina omogenea alle canzoni che proporrà?

«È da una parte il concerto più grande che abbia mai fatto come band, come produzione, come arrangiamenti; e dall’altra il più piccolo perché c’è una parte in cui sono da solo sul palco come dieci anni fa e racconto avventure di quel periodo o leggo cose che mi va di leggere».

Nessun salto avanti e indietro nel tempo?

«È un concerto che tende al silenzio per poi arrivare al fragore. Ci sono dentro tutti i concerti che ho fatto in questi dieci anni, tutte le atmosfere che ho attraversato».

Ha scritto di essere cresciuto e di essere pronto a non usare la sigla delle Luci come scudo. Questo tour serve anche come prova generale di futuro o è concentrato solo sul racconto di ciò che è stato?

«Direi che le canzoni sono una delle poche cose che so fare, hanno un continuo richiamo per me e ci tornerò, anche perché altrimenti mi tocca trovarmi un vero lavoro. Ci sono sempre cose che esondano dalle canzoni e anche la scrittura è sempre stata un mio modo di esprimermi».

Pensa che le canzoni di questi anni rimarranno comunque nel suo repertorio? O la strada è finita?

«Proprio adesso oltre al tour sto portando in giro il libro che ho scritto con Tiziana Lo Porto sui dieci anni de “Le luci della centrale elettrica”. È diventato un libro di avventure in prima persona, con foto, appunti, locandine e incontri avvenuti per strada. Sicuramente in questo concerto ci sono cose che mi porterò dietro e altre che le lascerò lì sul palco». —




 

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