Gazzetta di Reggio

Vinicio Capossela fa il bis al Fuori Orario

Adriano Arati
Vinicio Capossela fa il bis al Fuori Orario

Al concerto di Santo Stefano si aggiunge quello di Natale: «Non potevamo tenere la porta chiusa a chi voleva partecipare». Sul palco anche Massimo Zamboni: «Vi faremo sentire per la prima volta il brano “Nuove tentazioni di sant’Antonio”»

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REGGIO EMILIA. Un doppio Natale sul palco. Dopo una lunga assenza dal Fuori Orario e il gran rientro del 2017, in questo 2018 Vinicio Capossela raddoppia la posta, aggiungendo una seconda data alla sua amatissima presenza sul palco del circolo Arci di Taneto, uno dei luoghi di culto del rock italiano e una casa adottiva, per così dire, per il cantautore con radici scandianesi. Due concerti, quindi, martedì 25 e mercoledì 26, per rafforzar la tradizione. «È bello fissare dei punti che danno senso alle stagioni, al tempo e alla geografia. Avere una storia può essere una prigione, ma è anche un patrimonio», riflette Capossela.

Ogni tanto si sente la necessità di “tornare a casa”?

«Non è tanto un concetto fisico di casa quanto un mondo da abitare. In tedesco c’è quella bella parola “heimat”, che nomina il senso di familiarità con una cosa, “heimat” può essere il suono del pianoforte, il colore degli alberi in autunno, qualcosa che si riconosce e in cui si abita, anche solo nello spazio di una chiacchierata».

La sua “heimat” è a Taneto?

«Quella bolla di affetto, euforia, abbraccio, liberazione, calore che si vive nei giorni natalizi racchiusi in un concerto al Fuori Orario è qualcosa che dà una sensazione di casa a chi vi partecipa. È una emozione da abitare fisicamente. La vita come tante volte ci ha divisi in questo caso unisce».

Ci saranno tanti “stranieri”, dai magi indiani di Novellara ai Mariachi. È un segnale preciso, in questi tempi in cui lo straniero viene sempre più indicato come il nemico?

«Bisognerebbe riflettere sul concetto di straniero. Si specula molto sulle differenze razziali, e sul capitale politico che rappresentano, ma in un mondo così globalizzato, l’estraneo, lo straniero è davvero quello che viene da fuori o è piuttosto lo straniero che portiamo dentro? Non è un modo di raggirare il problema relegare l’estraneità all’esterno?».

Buona domanda. E la risposta?

«Io trovo più temibile l’estraneità interiore, l’essere stranieri a se stessi, l’incapacità di stabilire con chiarezza anche soltanto la autenticità dei nostri desideri. L’incapacità di definirci per quello che siamo. Allora diventa più semplice definirci con quello che non siamo. E su questo c’è una enorme pressione, che ha travalicato la politica e può diventare un problema culturale».

Quanto è importante oggi alzare la voce su questi temi?

«È importante ricordare che la paura è un grande business che si gioca sulla nostra pelle, perché da impauriti si è disposti a cedere sui diritti e a conferire potere a chi esercita autorità. È una storia vecchissima. Ci si chiede perché non si impari mai. Comunque sì, è certamente importante tenere viva la nostra coscienza, è un lavoro quotidiano nel quale anche la musica può avere parte».

La musica è figlia di fusioni, di incroci, di sperimentazioni. La sua musica ne è un esempio alto. Gli ospiti servono anche in questo senso?

«È bella la musica perché si fa insieme. Bisognerebbe farne di più, anche a scuola, perché educa ad ascoltarsi. Ma anche su questo ci vuole lavoro, perché il nostro primo istinto di bambini è urlare più forte dell’altro, spaccare lo strumento, arrivare primi, uccidere il fratello per avere il completo amore della madre».

È possibile intervenire?

«C’è un lavoro da fare sui primi istinti, che sono per natura bassi. Un lavoro faticoso, è più semplice infilarsi nelle scorciatoie, soprattutto se il messaggio generale che passa è semplificatorio e collettivamente assolutorio. E lo è perché è più facile avere consenso e quindi potere. Superare l’ingombro di noi stessi è la sola possibilità che abbiamo di arrivare all’altro, altrimenti si resta soli. E malaccompagnati».

L’ospite speciale si chiama Massimo Zamboni, uno dei padri fondatori da cui è partito tutto a Reggio, per certi versi. Perché proprio lui?

«Io paradossalmente sono arrivato prima allo Zamboni scrittore che al musicista e padre fondatore. Ho amato molto “L’eco di uno sparo”. Mi ha permesso di capire molto della nostra storia più prossima, o almeno mi ha interrogato a farlo. Sono cresciuto a Ca’ De Caroli negli anni ’70, quando il ricordo di quegli spari era ancora vivo. È una storia che è importante conoscere, per equipaggiarsi al presente».

Da lì è partito nella conoscenza?

«E poi “Nessuna voce dentro”, Berlino, la scena del punk, Tondelli, l’osteria del cavallo zoppo, l’invenzione del punk in Italia. Zamboni è uno straordinario esperimento ben riuscito, nato dal punk che è espressione rivoltosa del nichilismo, ha coltivato la sua pianta con una delicatezza, una forza e una tensione alla rettitudine tutt’altro che nichilista».

Zamboni ha detto che la partecipazione al suo Sponz Fest gli ha ridato voglia di suonare dal vivo. Una bella soddisfazione?

«Suonare dal vivo è sempre una benedizione: significa avere ancora il coraggio di prendersi dei rischi. Lo Sponz Fest è un evento per sua natura rischioso perché è fondato sul miracolo, sul sogno e sull’incoscienza. Vorremmo avvicinare un po’ il mondo a come lo desideriamo. Spero che questo abbia influito positivamente e che non abbia a pentirsene».

Natale è giorno di festa. Lei ha parlato di una festa rock & roll. Tante chitarre in arrivo?

«Con Zamboni abbiamo registrato un pezzo che sarà nel nuovo disco in uscita nel 2019. Si chiama “Nuove tentazioni di sant’Antonio”, un brano punk medievale che proveremo a eseguire per la prima volta dal vivo. Ci saranno brani da festa e pezzi folk incendiari e suoni di frontiera... una specie di cactus con le lucine di natale. E poi brani dei primi dischi, perché il concerto al Fuori Orario ha sempre in sè il cromosoma della gioventù».

E della voglia di suonare. Per non scontentare le molte richieste avete aggiunto anche la data del 25 dicembre a quella di Santo Stefano. Un regalino dell’ultima ora?

«Il 25 è il giorno di Natale. Avevamo provato a tenerlo libero per prolungare i pranzi in famiglia, ma poi ci è davvero spiaciuto dovere tenere la porta chiusa ai molti che continuavano a chiamare il locale».

Due serate, due scalette diverse?

«La data del 25 sarà diversa e più prettamente invernale, natalizia. Il 25 dicembre è il compleanno dei mannari. Si diceva così, che chi nasceva nel giorno di nostro signore per punizione dell’insolenza, il 25 diventasse licantropo. Allora sarà un repertorio con una formazione adatta agli ululati, più popolare e folklorico, con qualche leggenda e qualche malabestia specifica». —


 

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