Gazzetta di Reggio

la passione ritrovata

«Il mio obiettivo è dare un’anima al cartone abbandonato»

Roberto Fontanili
«Il mio obiettivo è dare un’anima al cartone abbandonato»

Domenico Beltrami si firma ironicamente “E... Picasso”
«I miei sono assemblaggi, a ispirarmi i murales messicani»

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“Devo dare un’anima al cartone”, dice Domenico Beltrami, che firma “E… Picasso”, le sue composizioni, o meglio gli assemblaggi, come ci spiega il naif reggiano del cartone di recupero. Ma già la firma la dice lunga sulla personalità di questo settantenne autodidatta che realizza opere con il materiale recuperato nei cassonetti. Lavori che nascono da strati di cartone sovrapposti poi cuciti a mano e dall’assemblaggio di cartone, vetro, sassi, in cui a vincere sono i colori prima ancora della composizione stilistica e della prospettiva. «Non sono un futurista anche se mi piacciono i colori e il movimento. Con i miei pezzi di cartone invece devo assecondare le figure e i contorni per realizzare composizioni a più strati. Mi ispiro alle opere di Rafeal Alberti e ai maestri dei murales messicani come Diego Rivera». «Sono assemblaggi, non collage o patchwork», precisa, da cui emergono stilizzate figure umane, o orsi, robot, navi, o un ponte spezzato come nel caso dell’ultimo lavoro intitolato “Pocker Genova 2018” e dedicato al disastro del crollo del ponte Morandi. «Se lo giri – chiarisce opportunamente l’autore – diventa una nave portacontainer. Ma non sono Renzo Piano».

Nato a San Maurizio, alla periferia di Reggio in una famiglia di contadini antifascisti e con la mamma che ha fatto la staffetta partigiana, Domenico Beltrami – per tutti “al Biond”, per il colore dei capelli e gli occhi azzurri – ha sempre avuto un’inclinazione mai coltivata per l’arte figurativa. Una passione che oggi asseconda girando in lungo in largo la provincia in bicicletta, spostandosi dalla sua abitazione a Salvarano di Quattro Castealla, per vedere mostre o assistere a convegni ed eventi culturali.

Un passato remoto come commesso da Zamboni fino al servizio militare. Poi le scuole serali per arrivare alla terza media e qualche lavoro come cameriere da Lisandret, operaio, muratore e infine nel 1972 il concorso per diventare vigile urbano fino alla pensione che arriva nel 1987. Dopo aver frequentato a Canossa la scuola di scultura del maestro Vasco Montecchi, ma senza finire il corso, dal 2000 inizia a cimentarsi in questa forma d’espressione in cui dice di «ispirarsi a Picasso, De Chirico e Alberti». La sua modestia nel firmarsi “E…Picasso” («cioè io dopo di lui”, chiarisce) fa il paio con la sua autoironia e la sua consapevole voglia di vivere.

Ti può capitare di incontrarlo mentre rovista tra i contenitori della carta e del cartone e caricare all’inverosimile la sua bicicletta. E se lo guardi ti dice: «Beh. Non ti ricordi la Zia che riempiva le sue borse di cicche?». E giù una franca risata che arriva fino agli occhi e che interrompe solo per un attimo il suo incessante fiume di parole in un misto di reggiano e dialetto. «Mi serve del cartone, la materia prima per le mie composizioni che non si rompono. E in questo periodo di feste è particolarmente abbondante. Ogni scatola vuota contiene un tesoro. Le forme, i buchi, non sono casuali ma frutto dell’ingegno umano e della macchina che li costruisce e hanno una vita propria. Ognuna di loro è diversa. Nascono così i miei assemblaggi di carte e cartoni sovrapposti che danno vita a figure che ognuno può leggere e vedere in base alla propria fantasia”, spiega.

Sono composizioni che hanno un misto di infantile e di pensato che non rispettano alcuna proporzione e prospettiva, ma da cui nascono immagini con una vita propria. Una vocazione, la sua, arrivata all’improvviso, dopo aver provato a scolpire la pietra, ma senza troppa convinzione. «Non mi dava soddisfazione lavorare della materia grigia, meglio i colori del cartone, ma mi piacerebbe fare sculture in ferro, come ha fatto Picasso». Lo dice ridendo, consapevole dell’azzardo, mentre mostra con orgoglio il centinaio di composizioni realizzate in diciotto anni e che fino ad ora non ha mai venduto e confesssando il suo sogno. «Mi piacerebbe fare una mostra... ne avevo parlato con Rosanna Chiessi e Alfredo Gianolio”, conclude mentre inforca la bici che tracima di cartoni tanto da doverla spingerla a mano. Come un girovago d’altri tempi, un po’ naif. —



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