Gazzetta di Reggio

L’Intervista 

«L’Appennino è lo scenario perfetto se si parla di gotico e di mistero»

Linda Magnoni
«L’Appennino è lo scenario perfetto se si parla di gotico e di mistero»

Patrick Fogli, autore del fortunato “A chi appartiene la notte” da qualche hanno ha scelto di vivere a due passi dalla Pietra 

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Si intitola “A chi appartiene la notte” ed è l’ultimo romanzo di Patrick Fogli. Il libro, che proprio quest’anno si è meritato il premio letterario Giorgio Scerbanenco come miglior giallo/noir italiano, è ambientato nelle nostre zone. Per la precisione, sulle nostre montagne, nei dintorni della Pietra di Bismantova. Luoghi che l’autore conosce molto bene: Fogli infatti, originario di Bologna, vive sull’Appennino reggiano da circa una decina d’anni. Ecco che cosa ci ha raccontato sui luoghi in cui ha scelto di ambientare il suo romanzo.

Come nasce il libro?

«Nasce tutto dalla scena iniziale: Filippo che cade dalla Pietra di Bismantova. E da Irene, dalla sua voglia di lasciarsi tutto alle spalle e dall’idea di vivere in un mondo che non la merita. Per quanto riguarda i luoghi invece è stata una scelta quasi obbligata: ogni cosa si svolge nel raggio di trenta chilometri da dove vivo. È ciò che vedo dalla mia finestra, come la Pietra».

Perché proprio la Pietra?

«Per chi vive qui la Pietra è come la stella polare: è un punto di riferimento fondamentale. E poi è estremamente affascinante, soprattutto dal punto di vista narrativo: è una scogliera in mezzo al nulla. Inoltre, se parliamo di gotico e di mistero, l’Appennino è lo scenario perfetto: boschi e foreste, natura sterminata… attorno alla Pietra sono fiorite leggende su leggende».

Perché ha scelto di vivere sull’Appennino?

«Sono molto contento di aver trasferito la mia vita qui. Ho trovato una qualità della vita che la città non mi poteva dare, la tranquillità di cui avevo bisogno. La città mi sta stretta, o forse mi sta troppo larga. L’Appennino, come scrivo anche nel romanzo, è come un’isola: vicino e lontano allo stesso tempo. Abitarci significa andare incontro ad alcune difficoltà, ma la città, se la vuoi, la puoi raggiungere facilmente».

Infatti nel libro si parla anche di Reggio.

«Avevo bisogno di un punto d’appoggio: alcuni personaggi vivono o lavorano in centro. Piazza Fontanesi, la via Emilia... la libreria All’Arco, che oltre ad essere un posto che conosco molto bene è architettonicamente affascinante e particolare. C’è anche il museo della psichiatria, che per certi versi assomiglia alla Pietra: ti attira e ti spaventa allo stesso tempo. È un posto in cui percepisci l’eco di ciò che è stato, di ciò che non puoi vedere ma puoi immaginare. Che è, a mio parere, la vera chiave della paura… come i borghi abbandonati.

Come si è documentato, per la scelta dell’ambientazione?

«Questi ultimi sono capitati quasi per caso: stavo navigando alla ricerca di informazioni sulla Pietra, quando mi sono imbattuto in un sito dedicato ai borghi abbandonati. Ed è stato in quel momento che ho pensato a Case Valenti, che in realtà si chiama Case Scapini ed è in provincia di Parma. Ma il resto è tutto vero: è stato abbandonato così, dalla mattina alla sera, e anche in questo caso si raccontano tantissime storie diverse. C’è chi dice che si sentano ancora i bambini piangere, ad esempio…».

Come sceglie quando attingere dalla realtà e quando, invece, dalla finzione?

«In passato ho scritto spesso di fatti realmente accaduti: della strage di Bologna, della trattativa stato-mafia, della Shoah. Quando, come in questo caso, decido di scrivere un romanzo, cerco di inventare radicalmente. Di vero dentro questo libro ci sono tre cose. Una persona che, se la si conosce, è riconoscibilissima. E altre due che, penso, non sarebbero in grado di riconoscersi nemmeno loro. È l’unico divertimento che mi concedo. Per il resto, questa storia non sarebbe trasportabile altrove».

Ora a cosa sta lavorando?

«Per ora posso dire che sto scrivendo, da circa un paio di mesi. Spero di capire presto dove andrà a finire. Ora cerco di godermi il momento più bello del mestiere di scrittore, un mestiere faticoso, ma anche molto divertente». —





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