Icarus Ensemble, 25 anni sul palco nel segno della contemporaneità
Giovanni Mareggini: «Partiti dai chiostri di San Domenico ad oggi ci siamo esibiti in quattro continenti»
REGGIO EMILIA. Tra i compleanni che riguardano le nostre istituzioni culturali, il 2019 segna i 25 anni dell’Icarus Ensemble.
Tra le formazioni più attive a livello internazionale per quanto riguarda la musica contemporanea fu fondato nel 1994 da Marco Pedrazzini, Giovanni Mareggini e Mirco Ghirardini a cui nel corso degli anni si unirono tanti altri strumentisti a seconda delle esigenze delle partiture da affrontare; tra i nomi più importanti di compositori con cui ha collaborato: Bussotti, Donadoni, Francesconi, Romitelli, Fedele, Battistelli.
A testimoniare il radicamento che il gruppo ha anche nella nostra città, citiamo la sede che si trova in via IV Novembre in un spazio concesso a titolo gratuito dalla famiglia Maramotti dove organizza eventi, mentre i tre fondatori sono tutt’ora docenti all’Istituto Musicale “Peri”. Abbiamo parlato dei primi 25 anni di Icarus Ensemble, ma anche del futturo dell’ensemble, con Giovanni Mareggini.
Qual è la vostra storia?
«Il nostro percorso si è sviluppato a partire dalle intuizioni di Armando Gentilucci e dal percorso reggiano di Musica/Realtà. Venticinque anni fa ci siamo costituiti guidati dunque dall’idea di raccogliere una tradizione ben radicata nella nostra città, da sempre palcoscenico privilegiato per la musica contemporanea. Il nostro primo concerto si è tenuto ai Chiostri di San Pietro al quale, oltre a noi, hanno perso parte la pianista Kumi Uchimoto, il violinista Alessandro Ferrari e la violoncellista Elisabetta Branca; l'anno successivo abbiamo affrontato le prime esperienze internazionali a Monaco di Baviera e al Festival Donatoni in Messico, fortunata premessa ad un percorso articolato che ci ha portato fino ad ora ad esibirci in quattro continenti.
Tra le moltissime collaborazioni ricordiamo quella con I Teatri, che intendiamo rafforzare, a seguito della quale abbiamo preso parte ad opere come “Miracolo a Milano” di Battistelli, “Conversazioni con Chomsky” di Emanuele Casale, “The rape of Lucretia” di Britten, “Il tempo sospeso del volo” di Nicola Sani: tutte esperienze che hanno contribuito, assieme ad altre esperienze sia nazionali che internazionali, a caratterizzarci come specialisti nell’esecuzione del teatro musicale contemporaneo. In città collaboriamo anche stabilmente con la Collezione Maramotti presso la quale quest’anno abbiamo eseguito, tra le altre cose, anche il Poema sinfonico per 100 metronomi di Ligeti».
Recentemente all'Accademia e alla Pinacoteca di Brera, Icarus è stato protagonista di una importante rassegna che coniugava musica ed arte. Come è stata questa esperienza?
«Il ciclo di concerti “Suono e arte” ha costituito l'ossatura del XX Festival di Musica/Realtà, lascito di Luigi Pestalozza, per trent’anni docente a Brera, e presidente dell' Associazione Amici di Musica/Realtà da lui fondata e diretta fino alla scomparsa, avvenuta nel febbraio del 2017. L’idea era innanzitutto quella di stimolare il confronto tra musica e arti visive spingendo i linguaggi a uscire dai propri confini disciplinari per cercare analogie, riflessi, complicità. Tutti i concerti, coordinati dal professor Roberto Favaro, hanno avuto un notevole successo che speriamo di rinnovare con la rassegna del prossimo anno».
Quali sono i vostri impegni previsti nell’anno che segna il vostro 25esimo compleanno?
«La Fondazione Siemens (la maggiore istituzione mecenatistica europea) ci finanzia una commissione ad Ivan Fedele con il quale lavoreremo per i prossimi tre anni. Con lui realizzeremo un progetto sulla “matematica impossibile” con il contributo scientifico di Carlo Rovelli con cui siamo in contatto per poter utilizzare frammenti delle sue opere. Saremo presenti, come del resto è successo molte altre volte in passato, alla Biennale di Zagabria in alcuni tra i maggiori festival italiani. Tra le altre produzioni cureremo l'opera sul disastro di Ustica di Alessandro Melchiorre; collaboreremo ancora con il Royal College di Birmingham con la ripresa della videopera Lips, Eyes, Bang di Luca Francesconi».
Da sempre il vostro modo di lavorare privilegia il rapporto con i giovani musicisti. È una scelta specifica?
«Assieme a noi più vecchi, coinvolgiamo tanti giovani, per lo più allievi nostri del “Peri”, bravissimi. Recentemente ad un concerto ripreso anche a Brera sul rapporto tra antico e contemporaneo (eseguito anche a Nagoya in Giappone), hanno partecipato cinque nuovi ragazzi. Il programma è stato replicato già una decina di volte con successo prima di essere registrato con l'etichetta Stradivarius. Teniamo anche al rapporto con i giovani compositori: che non riescono a vivere nel nostro paese del proprio lavoro: a loro abbiamo dedicato un programma eseguito in Spagna nel 2014 con l' ensemble giovanile Icarus vs Muzak e ripreso nel 2018 a Milano. Ultimamente, oltre a commissionare delle prime assolute, cerchiamo di riproporre in più luoghi lo stesso programma per ovviare al problema della prima e ultima esecuzione, uno dei grandi limiti della musica contemporanea. La musica deve essere eseguita dal vivo, i dischi non possono sostituirsi all'emozione della performance. Inoltre i pezzi, come hanno sempre sostenuto i grandi interpreti, maturano col tempo e con le repliche».
Come lavorate dal punto di vista organizzativo?
«Il gruppo è sempre stato autonomo, sia nella promozione, in particolare internazionale, sia nell'attuale ricerca di finanziamenti pubblici tramite bandi, anche stranieri come nel caso della Fondazione Siemens, o nei progetti europei realizzati con partner di prestigio come nel caso di ensemble (Itineraire di Parigi, Musique Nouvelle di Mons, Neuevocalsolisten di Stoccarda, Nieuw Ensemble di Amsterdam, 10/10 di Liverpool) o di festival come quello di Huddersfield (premiato negli anni in cui abbiamo collaborato come miglior festival europeo). Nuovo impulso è arrivato da Dina Bartoli, figura manageriale all'interno dell'ensemble. Siamo molto orgogliosi di riuscire a rimanere competitivi a livello internazionale pur non beneficiando di nessun contributo pubblico a differenza dei nostri cosiddetti “competitor” internazionali». —
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