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La vita a bottoni di Riccardo Tesi: «Sono un pioniere dell’organetto»

Adriano Arati
La vita a bottoni di Riccardo Tesi: «Sono un pioniere dell’organetto»

Mercoledì 16 gennaio sarà a Montecavolo per “Leggere tra le note”. Tra le sue collaborazioni, quella con De André: «Un sogno lavorare con lui» 

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QUATTRO CASTELLA. Una vita fra i bottoni dell’organetto, della tradizione, del folk, del rock. La racconterà mercoledì 16 gennaio a Montecavolo Riccardo Tesi, 63enne musicista toscano, fra i principali nomi italiani della cosiddetta world music, da quasi trent’anni impegnato come solista assieme alla Banditaliana. In questo periodo ha prestato il suo talento a Paolo Fresu, Ivano Fossati, Fabrizio De André, Csi, Gang, Cristina Donà e decine di altri. . Mercoledì alle 21, nell’aula magna della scuola elementare di Montecavolo, Riccardo Tesi sarà il protagonista della nuova tappa della rassegna “Leggere tra le note” promossa dal Comune e dalla biblioteca di Quattro Castella.

La sua lezione si intitola “Una vita a bottoni”: cosa ci dobbiamo aspettare?

«Parlerò del mio percorso musicale che in 40 anni mi ha portato ad attraversare quella che ora viene chiamata world music, ma che io ho conosciuto come musica folk e popolare. Parlerò del mio strumento, l’organetto diatonico, così importante nella tradizione della musica popolare da ballo, eppure dimenticato. Sono orgoglioso di aver contribuito, bottone dopo bottone, alla sua riscoperta e rivalutazione».

Dove nasce la passione per questo strumento dimenticato?

«Da ragazzo suonavo, male, la chitarra. Poi a 22 anni l’incontro che mi ha cambiato la vita con Caterina Bueno, la più grande interprete di musica popolare toscana. A quel tempo c’era solo un organettista, Francesco Giannattasio. Non c’erano corsi dedicati, né metodi di studio. Da questo punto di vista mi considero un pioniere. Dopo 40 anni io e l’organetto siamo ancora insieme».

Che rapporti ha con l’Emilia e la sua scena musicale?

«Terra che amo particolarmente, terra che ha dato i natali al grande Iller Pattaccini. A inizio anni Novanta ho fatto un disco di liscio tra cui ho inserito anche la sua Battagliero, walzer bellissimo. Ho voluto dare una rilettura colta e non ironica del liscio, genere ingiustamente bistrattato e sottovalutato dalla cultura ufficiale».

Anche il liscio merita una riscoperta?

«Il liscio non è solo Raoul Casadei. Ci sono anche l’orchestra Cento Cantoni, i Violini di Santa Vittoria, due ensemble che propongono un liscio raffinato e, per certi versi, sconosciuto».

A proposito di cultura “ufficiale”, che ne pensa dei talent musicali?

«Sono un disastro. Culturale e antropologico. Questa deriva sta ammazzando la musica perché purtroppo contagia anche giovani artisti di talento che scelgono quella strada a dispetto di una sana gavetta sul palco e in studio. In tv si va per fare colpo in un minuto. E non necessariamente con la propria musica».

Rimane qualcosa?

«Ormai sono più di dieci anni che ci propinano i talent, qualcuno mi sa fare un nome di vincitori e concorrenti che poi hanno resistito nel tempo e non si sono fermati a quel minuto di celebrità?».

E dei suoi colleghi che si prestano facendo da giudici?

«No comment. Diciamo che non giudico nessuno. Ma io, a 63 anni, non mi presto. La musica me la ascolto su un disco o in un concerto dal vivo».

Questi sono i giorni del ventennale della scomparsa di De André, con cui lei ha collaborato per il disco “Anime salve”. Il suo è un ricordo qualificato, chi era Faber?

«È stato il cantautore più amato dal mondo del folk se non altro per il fatto che, insieme a Mauro Pagani, è stato il primo a sdoganare l’uso del dialetto nelle canzoni in quel capolavoro assoluto che risponde al nome di “Creuza de ma”. Da ragazzo suonavo le sue canzoni con la chitarra, può immaginare la sorpresa e la gioia nel ritrovarmi in studio con lui a incidere un disco: mi sembrava di sognare».

Quali sono le canzoni a cui ha collaborato?

«Una è “Khorakanè”, l’altra è “Smisurata preghiera” in cui eseguo all’organetto la lunga coda finale che chiude la canzone, l’album e purtroppo anche la produzione discografica di Fabrizio». —

Adr.Ar.

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