«Alla ricerca del reggiano scappato dal lager»
Paolo Chiappero racconta: «Mio padre condivise la fuga con lui a bordo di un Maggiolino... poi non ne seppe più nulla»
REGGIO EMILIA. La vita che germoglia nella barbarie più disumana. Il coraggio di sperare in un futuro, la pietà che si oppone alla cieca rabbia.
In “Fuga da Berlino” (ed. Mondadori) Paolo Chiappero – che di mestiere fa l’architetto – racconta un viaggio assurdo ma vero, una risalita dagli inferi (cioè dal lager Starke Stahle) a bordo di una Volkswagen KdF Typ 1 del 1942. Ad assemblare il motore (dopo una ricerca forsennata e pericolosissima di cinghia, candele e spinterogeno) sono stati Giacomo Chiappero, padre di Paolo, e un meccanico di Reggio Emilia.
«Sono venuto a Reggio prima di scrivere il romanzo – racconta l’autore – perché volevo trovare il carattere di quest’uomo che, nel mezzo della prigionia, si è imbattuto in un Maggiolino ricoperto di macerie e ha deciso di poterlo usare per scappare».
Nel libro il reggiano si chiama Rino Serra, ma il nome non corrisponde alla realtà: «Non conosco la sua identità, non so nemmeno che faccia avesse. So solo che era di Reggio Emilia, città o provincia, e che è stato in grado di riparare, pezzo dopo pezzo, un’automobile che non partiva. È stato un lavoro lungo, oltre che pericoloso: ogni volta che finivano di mettere a posto qualcosa nel motore, dovevano sotterrare la macchina. Il mio sogno, adesso, sarebbe trovare questo meccanico con cui mio padre è fuggito dal lager, o almeno qualcuno (figli, amici, parenti...) che abbia sentito parlare di questa avventura e possa aiutarmi a completare i miei pezzi mancanti».
Quando ha deciso di raccontare questa storia, e perché?
«Dopo la morte di mio papà. Il lutto ti impone una riflessione, spesso ti fa apprezzare le cose che hai sempre avuto ma che non hai mai tenuto in considerazione. Ho iniziato a scrivere per raccontare l’avventura di mio padre, quella fuga epica dal lager che in famiglia mi raccontavano fin da quando ero bambino. Ma poi, via via che scrivevo, ho voluto dare un taglio storico. La mia ricerca è durata un anno, devo dire un grande grazie al centro studi sugli Internati Militari Italiani di Padova».
“Se vogliamo che il mondo si raddrizzi, che tutto quello che sta capitando non succeda più, dobbiamo combattere e sconfiggere la paura e l’ignoranza. Dobbiamo capire che l’altro non è sempre un avversario, ma può diventare anche un amico”. Cosa c’è di vero nel libro? E cosa è frutto della fantasia?
«Mi rendo conto che questo viaggio possa sembrare una finzione, eppure è realtà. I dialoghi e le riflessioni sono opera mia, il resto è storia. Anche l’incontro con il russo, al confine tra Germania e Repubblica Ceca, è vero. Mio padre e il meccanico di Reggio sono stati portati oltre il confine a bordo di un carro-attrezzi guidato da questo russo. Erano diventati amici perché “Rino”, uscendo dal nascondiglio in cui si era rintanato con mio padre, aveva riparato il suo camion in panne. È vero anche che mio padre e “Rino” sono stati ospitati da una famiglia tedesca durante la fuga. E che hanno viaggiato con la bandiera della Russia legata all’antenna dell’auto».
“Che cosa crede, che in Italia vi stiano aspettando a braccia aperte? Traditori. Ecco cosa pensano di voi”. Storia nella storia, il suo libro affronta con molta lucidità – e commozione – anche il tema degli Internati Militari Italiani.
«Mio padre era capo pezzo del 36° Reggimento Artiglieria della Divisione Forlì (artiglieria alpina someggiata). Fu catturato l’8 settembre 1943 ad Atene, dove faceva la guardia carceraria in zona Faliro. Nel lager Starke Stahle rimase due anni. Eppure come gli altri 650.000 Internati Militari Italiani si trovò a vivere un incubo, non solo nel campo di prigionia ma anche una volta rientrato in Italia: gli Imi, infatti, a lungo sono stati considerati collaborazionisti. La medaglia mio padre l’ha ricevuta nel 1997, ci sono voluti 52 anni».
A due passi dal confine italiano, sorpresi dai partigiani di Tito, Giacomo e Rino si separano. Nel libro lei Rino lo ritrova. E se lo ritrovasse realmente oggi?
«Sarebbe davvero bellissimo. Con questo Rino ho vissuto per sei mesi. Ogni mattina mi svegliavo alle 5 per scrivere, perché poi dovevo recarmi al lavoro. Sono diventato amico di questa persona, gli devo quasi la vita. Sono entrato talmente tanto nel personaggio che se lo dovessi incontrare non so come reagirei...».
Anche perché, visto il successo del libro, la storia potrebbe approdare sul grande schermo. È così?
«Incrociando le dita, il romanzo potrebbe diventare un film. Nel caso parteciperò alla stesura del soggetto perché vorrei che fosse rispettata la storia, senza spettacolarizzazioni a discapito della verità. Ed ecco che, ancora più di prima, desidererei dare a “Rino” il giusto carattere, oltre a una adeguata fisionomia. È un sogno, chissà...».
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