Franco Branciaroli al teatro Valli con lo “strano” Jean Valjean
L’attore sul palco con “I Miserabili” di Franco Però e Luca Doninelli: «Non si parla di carità, ma di conversioni senza logica»
REGGIO EMILIA. L’arte di essere Franco. Naturalmente con la lettera maiuscola, perché Branciaroli, Franco lo è di nome, ma anche nel senso racchiuso dall’aggettivo. Sarà per la sua persona, caratterizzata da un’immensa esperienza accumulata negli anni sul palcoscenico sia come attore sia come regista alle prese con i più grandi autori, ma sta di fatto che argomenta in modo particolarmente incisivo senza lasciare spazio agli equivoci.
Da venerdì 18 gennaio sarà al Valli: lo vedremo nel ruolo di Jean Valjean, protagonista nei Miserabili, uno spettacolo per la regia di Franco Però e Luca Doninelli, drammaturgo, con repliche sabato 19 gennaio sempre alle 20.30 e domenica 20 gennaio alle 15.30.
«I Miserabili a teatro... che dire? Abbiamo abbracciato questa moda di portare sul palcoscenico romanzi e film che io non condivido molto. Anni fa veniva fatto una volta ogni tanto, ma adesso succede spesso, in quanto rientra nella logica del titolo che “fa vendere”. Ma sui i Miserabili è giusto fare un altro discorso per sottolineare che sono tra quelle rare opere, come l’Odissea, Don Chisciotte o Guerra e Pace, che vanno oltre la definizione di libri, e sono parte dell’umanità. Si trovano al di là di qualsiasi opinione sul gusto letterario e sullo stile. E non si capisce per qual motivo ma a tutti sembra di averlo letto e invece... scommetto che nella sua integrità siano proprio in pochi ad averlo fatto. Comunque, possiamo dire che esiste un grande affetto a priori verso questo romanzo e soprattutto per il suo protagonista».
E Franco Branciaroli, come lo vede?
«Jean Valjean è strano, parla pochissimo anche se credo che il suo fascino risieda in una sorta di alone misterioso dato dalla sua condizione di galeotto che si converte, non tanto al cristianesimo ma alla bontà. Nei Miserabili il protagonista è il buono, come nel Don Chisciotte, nell’Idiota. Lui fa del bene e questa sua conversione avviene in maniera strana».
E come?
«Jean Valjean è un ladro che deruba di tutto l’argento il vescovo che l’aveva ospitato ma, una volta scoperto il furto, il vescovo afferma di averglielo regalato. Questo porta Valjean fuori orbita, esattamente come succede al poliziotto Javert che dopo essere stato catturato non viene ammazzato da Jean Valjean (alle cui costole era da una vita) ma viene da lui liberato. Javert non capisce più niente, in quanto la decisione va contro la logica».
Quindi quei due episodi, nella trasposizione di Luca Doninelli, avranno una certa evidenza.
«Lo spettacolo comincia e finisce con questi due avvenimenti, contrari sia alla logica comune sia alla giustizia che portano I Miserabili lontano dall’essere un romanzo della carità».
Lo stile è quello del feuilleton che andava molto in quegli anni?
«Questo romanzo racchiude una potenza epica, anche se a Flaubert faceva ribrezzo. E tornando al discorso legato alla trasposizione di un libro per il teatro, per primo lo ha realizzato il figlio di Victor Hugo, guadagnandoci pure lui, poiché quando uscì ebbe un successo inaudito; fu in un certo senso il primo best seller».
Come si può collegare ai nostri tempi?
«Invito a calarsi nella vita di quest’uomo forte, violento, ma anche vergine non avendo avuto né una donna, né una moglie: è una specie di santo laico che trasmette fascino e mistero. Come è possibile che abbia sacrificato tutto se stesso all’amore per la figlia e sia morto scomparendo? Perché quando la figlia si sposa, lui scompare, dopo averle regalato tutti i soldi. Lo fa perché si vergogna... Ecco il mistero legato al suo fare del bene. Questa è una forza che non lo etichetta come cattolico né come comunista, ma che si fonda su una qualche legge che codifica una strana bontà». —
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