Con il regista Alessandro Scillitani alla ricerca delle radici dell’Europa
Un’estate in barca inseguendo il mito e trovando valori che rischiano di perdersi. L’autore: «L’idea è stata di Piero Tassinari, che ci ha lasciati alla fine del viaggio»
REGGIO EMILIA. “Alla ricerca di Europa”, film del regista e documentarista reggiano Alessandro Scillitani, verrà presentato in anteprima al Trieste film Festival, martedì 22 gennaio.
Il 28 gennaio sarà invece ospite al Bozar, il centro di belle arti di Bruxelles, all’interno del festival dedicato al documentario italiano “Italia in doc”. Il 30 gennaio, il documentario sarà proiettato al cinema Rosebud di Reggio Emilia.
Il film è un viaggio sulle tracce del mito di Europa, tra la Turchia e la Grecia, alla luce degli eventi che stanno investendo il nostro continente. Abbiamo chiesto a Scillitani di che cosa si tratta.
Come è nato questo film?
«È cominciato quando Piero Tassinari, professore di latino e greco antico all’università di Cardiff, oltre che abile skipper, mi chiamò proponendomi un viaggio. Un viaggio a bordo della sua barca a vela di inizio Novecento, chiamata “Moya”. Il pretesto era quello di doverla portarla dalla Turchia alla Grecia, ma la motivazione era ben più profonda: Piero, da triestino trapiantato nel Regno Unito, guardava al fenomeno di Brexit con una preoccupazione crescente. Quando mi ha detto che l’avrebbe fatto a tutti i costi, tra una chemio e l’altra, ho capito che accettare era urgente. E così siamo salpati».
Quando siete partiti?
«L’estate scorsa. Siamo partiti da una città turca, Marmaris, poi di lì abbiamo toccato Rodi, Simi, Knidos, Bodrum, Kos, Kalymnos, Leros, Delos e infine Mykonos. Oltre a me e a Piero, nell’equipaggio c’erano Paolo Rumiz, Lorenzo Buchler, un altro skipper, e David Hugues, un diplomatico europeo. Più Maria Grazia Moratti e Irene Zambon. È stato un viaggio bellissimo, durato due settimane, in luoghi di una bellezza sconvolgente, tra l’Egeo e il Mediterraneo».
Cosa avete trovato?
«Siamo abituati a pensare alle isole greche quasi esclusivamente come mete del turismo di massa, ma in realtà sono ricche di storia e memoria antica che rischiamo di perdere. Per me, che ho fatto il liceo classico, è stato meraviglioso poter ripercorrere quei miti, soprattutto grazie alle letture in greco antico. Asclepio, Erodoto, Omero, il mito degli Argonauti... Parole del passato che, inconsapevolmente, ci portiamo dietro anche nel presente. Come diceva Piero: “Dagli antichi abbiamo tantissimo da imparare”».
Che cosa, per esempio?
«In tante cose erano molto più avanti di noi. L’odio e la guerra ci sono sempre stati, ma un tempo si dava molta più importanza al dialogo tra i popoli. Pensiamo ai romani, con le loro opere per il commercio e le vie di comunicazione. Oggi stiamo tornando ad erigere muri, senza più pensare ai ponti. Ci chiudiamo nella paura senza cercare di conoscere e comprendere l’altro. Abbiamo raccolto tante testimonianza di delusione e disillusione. Risposte a cui ormai siamo abituati: sfiducia nell’Unione Europea, paura dei migranti... è un momento profondamente divisivo, non solo per l’Italia. Tendiamo a vedere tutto o bianco o nero».
Cioè?
«Quando siamo andati a Kos, ad esempio, volevamo visitare un antico mosaico che ritraeva proprio il mito di Europa. Ma il custode del museo ci disse che era stato distrutto dai migranti. In realtà, facendo delle ricerche, abbiamo scoperto che era stato danneggiato, diversi anni prima, da alcuni cittadini greci che non volevano perdere la dracma a causa dell’ingresso nell’Unione Europea. Questa vicenda è emblematica: esprime un timore molto attuale, quello che l’Europa venga letteralmente distrutta dai migranti. Ma come spesso accade, la verità sta nel mezzo. Abbiamo cercato di capire il presente sulle tracce della storia e della mitologia antica».
E ci siete riusciti?
«Il titolo “Alla ricerca di Europa”, ovviamente, è denso di significato metaforico: siamo andati, sì, sui luoghi del mito di Europa, che giunse a Creta sul dorso di Zeus che aveva assunto le sembianze di un toro. Ma anche e soprattutto della nostra Europa, di quelle radici che rischiamo di dimenticare. Farlo con le parole e la saggezza di Piero è stato qualcosa di davvero magico. Non sembrava per niente malato, anzi. E invece ci ha lasciato poco dopo la fine del viaggio. Fare questo film, per me, è stato un atto dovuto. Oltre che una degna realizzazione del suo sogno». —
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