Un traduttore reggiano per “Gondolin” capolavoro di Tolkien
Il professore Luca Manini autore della versione italiana del romanzo fantasy collegato a “Il Signore degli Anelli”
Fresco di stampa, il romanzo “La caduta di Gondolin” del grande scrittore anglosassone Tolkien, legato alla saga fantasy del “Signore degli anelli” portata al successo sul grande schermo dal regista Peter Jackson, porta una firma reggiana, quella di Luca Manini, che per Bompiani ha tradotto il testo in italiano.
Manini, residente alla Vecchia di Vezzano, si è laureato in lingue e letterature straniere all’università di Parma e insegna al liceo “Canossa” di Reggio. Traduttore di opere inglesi del ’500 e ’600, è un appassionato studioso della letteratura medievale e di quella femminile del Rinascimento, del petrarchismo, della prosa barocca, della poesia vittoriana e del genere narrativo fantastico. Autore delle versioni italiane di altri tre testi di Tolkien (Beowulf. Con Racconto meraviglioso, La storia di Kullervo, Beren e Luthien) e dell’Antologia di Spoon River di Masters, ha ottenuto nel 2016 il “Premio nazionale per la traduzione letteraria” dal Ministero dei beni culturali.
Forse per la scarsa attenzione che solitamente si presta alla figura del traduttore, ma anche per il suo carattere riservato, Manini è stato sino a oggi conosciuto e apprezzato a Reggio solo come insegnante.
Bompiani, importante e storico editore, Tolkien, grande scrittore, e Manini suo traduttore: come è nato questo legame?
«Avevo già lavorato con Bompiani traducendo e commentando le opere di uno degli autori che sento più vicini a me, Edmund Spenser, del quale ho tradotto il poema “La Regina delle fate” e il canzoniere Amoretti. Un giorno scrissi al direttore editoriale di Bompiani esprimendo il desiderio di poter tradurre, prima o poi, Tolkien, di cui era appena uscita una riscrittura del mito di Re Artù, un altro dei miei grandi amori. Due anni dopo il direttore si fece vivo proponendomi di tradurre il Beowulf. Il tempo concessomi era di due mesi soltanto, ma non potevo rifiutare e trascorsi l’estate del 2014 immerso nelle atmosfere anglosassoni dell’eroe Beowulf».
Esiste un unico, ideale filo conduttore in tutti questi romanzi di Tolkien?
«I romanzi postumi di Tolkien che ho tradotto sono collegati – specie il Beren e Luthien e La caduta di Gondolin – al Signore degli anelli, essendo ambientati nella prima era, in un tempo remoto rispetto all’impresa di Frodo e compagni. Ciò che li lega è la lotta tra il Bene e il Male, tra l’ordine e il caos; vi è in essi la tensione verso il sogno di una società di pace e una realtà di guerra, tra l’aspirazione all’amore e la presenza dell’odio. Beren e Luthien è una grande storia di un amore contrastato, che però riesce a vincere la morte; la città di Gondolin rappresenta un’utopia d’ordine e di bellezza distrutta dall’insinuarsi del tradimento, il vizio peggiore per Tolkien. Ciò che li unifica è la creazione di un mondo che, pur essendo un mondo della fantasia, non si può dire disgiunto dal reale, ed è questa la forza del fantasy, che non è una letteratura di tipo “escapista”, come troppo spesso è definito, ma un reale potenziato dalla forza dell’immaginazione».
Tradurre richiede competenze linguistiche, conoscenze approfondite su autori, opere e contesto storico-culturale da cui provengono, capacità di scrittura e d’interpretazione. Dietro ad ogni testo tradotto c’è dunque un complesso lavoro: lei come lo affronta?
«Sono più di trent’anni che studio le letterature europee e, se pure è vero che lo studio non è mai compiuto – e mai si potrà dire compiuto – ritengo di possederne una conoscenza abbastanza completa, il che mi aiuta molto nell’affrontare gli autori che ho tradotto e traduco. Certo, ogni testo rappresenta una sfida a sé, che affronto leggendo, rileggendo il testo originale, cercando di cogliere non solo la lettera ma anche lo spirito dell’opera. Fondamentale è non sovrapporre il pensiero contemporaneo al pensiero dell’autore antico che si traduce. Tradurre è interpretare – la resa in un’altra lingua di ogni parola implica, in una misura maggiore o minore, una decisione – ed è questa la grande responsabilità che sento su di me nell’atto del tradurre, specie per autori complessi come Spenser e Shakespeare, la cui lingua è polisignificante e stratificata; ma anche per Tolkien a volte non è semplice operare una scelta che colga perfettamente il senso originale. Ho detto “perfettamente”, ma con la consapevolezza che è impossibile la perfezione, la perfetta adesione. Mi fanno sorridere le affermazioni che si leggono in certe presentazioni: “questa è la versione definitiva”. Non esiste una versione definitiva, perché uno è il testo di partenza, infinite le possibilità di una sua resa in un’altra lingua».
La figura del traduttore, sottovalutata in passato, oggi secondo lei è sufficientemente valorizzata?
«Negli ultimi tempi c’è stata un’attenzione maggiore alla figura del traduttore, assieme allo sviluppo di una branca di studi specifica qual è la traduttologia. Ormai il nome del traduttore è solitamente indicato sul frontespizio dopo il titolo, in bella vista; sono stati anche istituiti premi per la traduzione. Molto è cambiato, sì, dai tempi in cui, nelle collane economiche della Mondadori o della Salani, i libri erano pubblicati senza indicazione del traduttore. Ma, certo, economicamente il ruolo del traduttore non è adeguatamente ricompensato, specie per certe opere particolarmente ardue e impegnative».
Adesso a quali progetti sta lavorando?
«Ora sto portando a termine un’impresa – mi sia concesso questo termine – che mi ha occupato per quasi sette anni, la traduzione integrale di un trattato del Seicento sulla malinconia, scritta da Robert Burton, quasi mille pagine. Poi, o meglio nel contempo, sto portando avanti una nuova versione della “Fattoria degli animali” di Orwell e una nuova traduzione del romanzo “Jane Eyre” di Charlotte Brontë. In futuro mi attendono le poesie di John Donne, il teatro di Christopher Marlowe e un altro Tolkien, spero. Assieme a una collega, Rossella Guberti, sto inoltre completando un’antologia sulle scrittrici europee del Rinascimento. A breve usciranno la prima edizione di tutte le poesie di Wilfred Owen, poeta morto a venticinque anni alla fine della Prima Guerra Mondiale, e l’ultimo libro di testi e poesie di Leonard Cohen. Se posso concludere con una nota personale e non da traduttore, è imminente anche l’uscita di una mia raccolta di racconti fantasy dal titolo “Re Marco al luogo del lago”, di cui mi auguro avremo occasione di parlare. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
