Emanuele Ferrari alla Cavallerizza spiega Schubert e la felicità contrastata
Il pianista torna a raccontare la musica Domani alle 18 il primo incontro seguiranno lezioni su Liszt e Chopin
REGGIO EMILIA. «Bisogna scegliere quei pezzi che generano nuove energie».
È la frase del pianista Alfred Brendel che Emanuele Ferrari ha scelto per spiegare il tema “Musica e felicità” che tratterà nei prossimi incontri alla Cavallerizza.
«In questo caso – spiega Ferrari – l’ottica si riferisce all’interprete e riguarda il beneficio di essere ricaricato dalle energie rilasciate dai brani di musica. Così sono stato guidato nella scelta, in quanto il 90% dei brani che suono abitualmente è costituito da capolavori e il resto da divertissement. Sono dunque i capolavori a generare le energie. Essi, dico io, a differenza degli oggetti fisici non si usurano».
Ci sorprende sempre Emanuele Ferrari, che in conseguenza dei clamorosi successi ottenuti dalle sue “conferenze–performance” nelle quali con il pianoforte mette in scena in un certo senso la musica stessa, ritorna per tre incontri che si terranno al sabato a partire da domani (ore 18), quindi il 23 febbraio e il 2 marzo.
«Mentre a proposito della felicità dell’interprete, per quanto mi riguarda studio da capo ogni pezzo tutte le volte che devo presentarlo... ma non mi pesa, anzi! Penso che in chi studia “di nuovo” accada che s’intensifichi lo stupore e il senso di freschezza nei confronti del brano stesso: fattori essenziali per poter davvero interpretare. Ma questo vale anche per la felicità dell’ascoltatore che ogni volta realizza un’esperienza nuova».
Quindi all’ascoltatore che riascolta cosa accade?
«Vorrei citare la filosofa francese Giselle Brelet che sul suo “Le temps musical” ha inserito una formula folgorante per definire il valore e la funzione di un ascolto ripetuto; secondo lei sarebbe più giusto parlare di “eterno primo ascolto, ma senza le sue insufficienze” nel senso che il ripetuto ascolto del brano porta ad una maggior conoscenza per cui si è sempre meno insufficienti di fronte ad esso... vale a dire più dentro. Per questo motivo nell’ascoltatore la felicità è maggiore».
Come negli anni passati, il tema viene declinato in tre momenti che corrispondono ad altrettanti pezzi di autori diversi.
«Dopo aver detto della felicità dell’interprete e di quella dell’ascoltatore, entriamo dentro alla musica e ai tre autori che ho scelto: ad essi collego una diversa declinazione di felicità. Il primo incontro è dedicato a Schubert, per il quale, attraverso l’ascolto di Klavierstück D 946 n.2, si può parlare di “felicità contrastata”. Essa corrisponde al fatto che trasmette un senso di comprensione generale dell’esistenza, come capita quando ci accostiamo ad esempio ai grandi romanzi russi. Con Schubert siamo pervasi ad un’atmosfera di pienezza di senso a tal punto che se che anche non va bene, “sentiamo del dolore”, troviamo ugualmente la felicità nel sentire che le cose sono piene di senso».
E gli altri due?
«Completamente differente da Schubert è Liszt che con la Parafrasi dal Rigoletto di Giuseppe Verdi, non in modo introspettivo ma genialmente estroverso e teatrale, ha a che fare con la “felicità sognata”. Mentre Chopin, attraverso la Barcarola op.60, ci regala la “felicità della saggezza” che si appaga della ricchezza di materiale. Al brano, ricco, complesso e maturo, corrisponde il senso di gratitudine per la sovrabbondanza delle cose: sembra di essere alle prese con un saggio che si riconcilia con la trama profonda delle esistenza».
La percezione di felicità in queste riflessioni va trovata senza pensare alla condizione degli autori spesso infelici: perché se pensiamo ad esempio a Schubert...
«In comune la musica e la felicità hanno il fatto di farci vivere un tempo pieno e ricco. Ma attenti: non è bandito il male, perché se c’è il male ha un senso profondo che... ci appaga. Vengono ripudiati piuttosto il caso, la banalità e stupidità. Di fronte a creatori di questo calibro, l’opera appare infinitamente più grande e più ricca della loro vite. La questione non riguarda l’abisso tra noi e loro, ma la meraviglia stessa dell’arte esposta a tutta la dimensione non grandiosa delle esistenze che l’hanno prodotta. L’opera infatti va avanti a rallegrarci per generazioni... Ecco dunque la rivincita dell’arte sulla vita.» —
G.B.
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