Mario Perrotta al De André «Vi racconto la migrazione dagli occhi degli italiani»
CASALGRANDE. Quando Mario Perrotta racconta qualcosa è ineccepibile. Soprattutto se è alle prese con delle trame in cui la realtà diventa epopea. «Questa volta vorrei raccontare due cose – esordisce l’attore – il peggior lavoro per un migrante e la peggiore legge sull’immigrazione. Il primo è diventato lo spettacolo “Italiani Cingàli” e il secondo “La mia turnàta”. Il primo, oramai rappresentato 500 volte dal 2003, riguarda i nostri migranti, cioè gli italiani, che dopo la guerra sono andati a lavorare nelle miniere del Belgio; il secondo parla sempre dei nostri migranti – muratori e manovali – che stavano in Svizzera; questo di qualche anno dopo, per 350 repliche». E continuando con i numeri: gli spettacoli sono stati realizzati utilizzando interviste per 200 ore. «Se continuano a chiedermeli – ci dice Perrotta – vuol dire che il problema è vivo più che mai, purtroppo».
DOPPIO APPUNTAMENTO
La particolarità sta nel fatto che il Teatro De André di Casalgrande ha programmato questa sera alle 21 il primo spettacolo (“Italiani Cingàli”) e domani, sempre alle 21, il secondo (“La mia turnàta”) in occasione della Giornata della Memoria.
«Questa memoria è sapienza che ti aiuta a pensare al futuro – spiega Perrotta –. È semplice: se un artigiano non sa come fare un mobile con gli strumenti che ha acquisito, non lo farà mai. Così per i migranti: se non sappiamo come sono stati trattati gli italiani – cioè vessati come animali – come possiamo pensare di risolvere i problemi che adesso riguardano noi come nazione ospitante? Mi preme a questo proposito ribadire che in Svizzera, sino al 2005, la legge, violando i più essenziali diritti umani, impediva ai lavoratori definiti “stagionali” di portare con loro moglie e figli. Per tutta risposta gli italiani nascondevano moglie e figli nel portabagagli e lì iniziava la loro storia di clandestini reclusi in casa per anni».
LA MIA TURNATA
“La mia turnàta” – in scena domani alle 21 al De André – è la storia di Nino, un bambino di nove anni che non ha mai visto il mondo fuori da quella stanza in cui vive recluso col nonno, la mamma e il papà. Ma la morte del nonno scatena un rocambolesco viaggio di ritorno al paese, su una fiammante Alfa Giulia 1300, con in macchina il padre, la madre, un operaio sindacalista e il nonno morto.
ITALIANI CINGALI
Mentre in “Italiani cingàli” – stasera alle 21 al De André – i minatori del Belgio vengono raccontati nei panni di un postino del sud che scriveva tutte le lettere delle vedove bianche e leggeva loro quelle dei mariti. «Quando un popolo si sposta per lavoro, due sono le cose che lo riguarderanno da vicino – puntualizza Perrotta – e cioè: che lavoro va a fare e quale legge regolerà il suo arrivo nel nuovo paese. E così, due sono stati gli spettacoli e due i paesi simbolo. Il Belgio è “il lavoro”, cioè la miniera, il peggior lavoro che l’uomo abbia mai concepito. La Svizzera è “la legge”, cioè qualcosa di talmente aberrante che la Bossi- Fini appare quasi plausibile». —
G.B.
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