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in sinagoga  

Salvatori e salvati Ecco il documentario sui “Giusti” emiliani

Adr.Ar.
Salvatori e salvati Ecco il documentario sui “Giusti” emiliani

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REGGIO EMILIA. I Giusti di ieri si presentano. Domani alle 18 la sinagoga di via dell’Aquila, in queste settimane sede della mostra dedicata all’allenatore ebreo morto ad Auschwitz, Arpad Weisz, ospiterà la prima proiezione di “Giusti”, un documentario sostenuto da Istoreco, realizzato da Andrea Mainardi e Matthias Durchfeld e dedicato a storie di Giusti fra le Nazioni emiliano-romagnoli.

Poco più di 40 minuti in cui si ripercorrono tre vicende distinte, fra Reggio, Modena, Ferrara e la Romagna, tre racconti di salvatori e di salvati, di ragazzi e ragazze che devono la loro vita al coraggio di preti, contadini, militanti. Il video è stato ultimato, ora è partita una campagna di raccolti fondi per completare il lavoro di postproduzione e stampare 1.000 dvd, oltre che per permettere una diffusione capillare anche in tedesco ed in inglese.

GIUSTI TRA LE NAZIONI

Il titolo arriva dalla definizione di “Giusto fra le nazioni”, onorificenza che lo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme, assegna a donne e uomini non ebrei che durante il conflitto contribuirono a salvare la vita di persone di origine giudaica. Gesti di coraggio e di disobbedienza civile e non solo.

«Andare contro una legge ingiusta provoca un piacere meraviglioso», recita il sottotitolo citando don Arrigo Beccari, il protagonista di una delle storie emiliane più celebri di Giusti, quella di Villa Emma di Nonantola, il luogo dove vennero nascosti oltre cento bambini ebrei. E da qui si parte, dalla voglia di tante persone di fare la cosa ritenuta giusta, anche se in quel periodo la “legge” recitava altro. D’altronde, si parla dell’Italia dei primi anni ’40, quella in cui erano in vigore le leggi razziali promulgate nel 1938, i provvedimenti che progressivamente cancellarono la presenza ebraica dallo stato italiano. La “legge” avrebbe imposto di denunciare e cacciare gli ebrei, ma tante persone si rifiutarono, spinte dalla fede, dalla militanza politica, dalle proprie convinzioni. Tre di quelle vicende si possono trovare in “Giusti”, tutte ambientate in Emilia Romagna.

TRE STORIE DI CORAGGIO

Sono le storie di Bruno Modena, che in fuga da Milano si rifugiò a Quara di Toano sull’Appennino reggiano, protetto dal sacerdote cavriaghese Enzo Boni Baldoni; quella di Cesare Moise Finzi di Ferrara, che trovò rifugio in Romagna grazie a una estesa rete di solidarietà. Infine quella di Geppe Bertoni, che nascose un’intera famiglia di ebrei a Nonantola in provincia di Modena, nel circuito di cui faceva parte don Beccari.

Mainardi e Durchfeld hanno intervistato protagonisti e testimoni, hanno cercato di far parlare anche i luoghi, così da offrire tre quadri completi. Cesare Moise Finzi, ferrarese doc come raccontato dal cognome, è da tempo una figura di spicco della memoria del periodo, quasi mai però aveva guidato i suoi ascoltatori nei suoi rifugi, fra la bassa Romagna e Gabicce, nelle Marche, dove rimase lunghi mesi passando da una casa all’altra sino alla Liberazione. Geppe Bertoni ha riaperto le porte della coraggiosa Nonantola degli anni ’40, quando metà del paese si mobilitò per orfani di cui nulla sapeva.

DON BONI BALDONI

Infine, la storia reggiana, quella di un giovane parroco di campagna, don Enzo Boni Baldoni, il cui nome è ora inciso allo Yad Vashem, assieme a quello di tanti altri Giusti di mezzo mondo. Nato nel 1906 a Cavriago, nel 1940 è inviato a Quara di Toano, dove opererà per il periodo della guerra conducendo un gioco rischiosissimo: dal principio lavora assieme ai vertici della Resistenza, ma per agire al meglio deve fingere di collaborare con fascisti e nazisti. Solo pochi capi conoscono il suo ruolo, mentre tanti partigiani lo vedono con ostilità. Un’attività sotterranea che lo mette in costante pericolo ma che gli consente di salvare tante vite. A Quara ospita militari alleati in fuga, famiglie sfollate, disertori e la famiglia Modena, ebrei milanesi scappati dalla città, Ester ed Enzo coi loro figli Vittorio e Bruno, quel Bruno che poi diventerà testimone prezioso. Ester viene anche arrestata e mandata nel cosiddetto “Centro antiribelli” di Ciano d’Enza, luogo di torture e morte. Ha documenti falsi ma i dubbi salgono, sino a che don Enzo, neppure trentenne, non interviene in prima persona, convincendo gli ufficiali tedeschi a rilasciare la donna. Dalla parte giusta, per davvero. —

Adr.Ar.

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