Alla Panizzi rivive Ezio Comparoni, alias Silvio D’Arzo
«Sì, il nostro archivio dedicato a Silvio D’Arzo rappresenta un tesoro unico nel suo genere, un patrimonio di cultura». Il direttore della Biblioteca Panizzi, Giordano Gasparini, non ha dubbi e non nasconde l’orgoglio di possedere una collezione incentrata sullo scrittore reggiano che nel tempo si è sensibilmente arricchita.
«Ezio Comparoni, alias D’Arzo – aggiunge Gasparini – è morto molto giovane, quando aveva poco più di trent’anni. Ma le sue opere, una sola delle quali pubblicata prima della scomparsa, sono state affiancate dai tanti testi inediti, dalle lettere, dai manoscritti. La Panizzi è infatti riuscita ad acquisire, in varie fasi, una notevole quantità di materiale diventando depositaria del corpus documentario dello scrittore».
Qual è la componente principale?
«È senz’altro il Fondo Silvio D’Arzo–Rodolfo Macchioni Jodi che è approdato presso di noi nel 2016 grazie alla donazione dell’erede della moglie di Macchioni, lo studioso che sin dagli anni Sessanta si era dedicato alla valorizzazione della memoria dell’opera darziana. Il suo arco cronologico spazia dai primi anni Trenta del Novecento sino alla scomparsa, e comprende una ricca e svariata documentazione letteraria legata all’autore reggiano. È conservato in 10 buste ed è articolato il 56 sottoserie e 119 fascicoli. Ci sono minute, manoscritti e dattiloscritti, blocchi e appunti di bozze di stampa, cartoline, ritagli di giornali e periodici».
Consente dunque di cogliere i suoi interessi culturali.
«E di risalire al suo percorso letterario. Nel lascito sono presenti, infatti, i racconti maturi del dopoguerra oltre ai manoscritti dell’unica fatica data alle stampe, “All’insegna del buon corsiero”, e il capolavoro postumo “Casa d’altri” in svariate versioni. Senza dimenticare la prefazione dell’ambizioso progetto narrativo rimasto incompiuto, “Nostro lunedì”, che doveva raccogliere nuove ispirazioni tematiche».
Tanto materiale per uno scrittore così giovane!
«Al quale aggiungerei le carte che lo riguardano che si trovano nell’archivio di Giannino Degani, intellettuale del dopoguerra, che su invito della madre di D’Arzo operò per tutelare quel patrimonio letterario. Questa componente è arrivata alla Panizzi negli anni Settanta ed è una fonte insostituibile».
Ci sono altre importanti collezioni nei vostri archivi?
«Non posso dimenticare le opere riguardanti Zavattini, Costa, Ghirri, Villa, Celati. Ma i materiali darziani spiccano per la loro varietà, da fotocopie a dattiloscritti, da documenti originali ad altri provenienti da diverse donazioni. Tutto materiale, mi preme ricordarlo, disponibile per la consultazione, previo appuntamento, ma i documenti non sono ammessi al prestito».
Poi c’è il Premio letterario che onora D’Arzo.
«Certo, e l’associazione che lo ricorda ne ha fatto una occasione di cultura collettiva». —
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