La “rivoluzione” di Mariano Dolci, burattinaio comunale di Reggio Emilia
L’ottantenne ha ricordato quel periodo d’oro: «Insegnavo matematica, ma ho scelto Mangiafuoco»
REGGIO EMILIA. La barba folta che gli incornicia il viso, lo sguardo profondo sempre concentrato. Mariano Dolci, ovvero quello che è stato l’unico burattinaio comunale, all’alba dei suoi ottant’anni, anche quando parla al pubblico, sembra che stia ancora creando.
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LA SERATA AL MALAGUZZI
Forse martedì sera, in occasione dell’incontro al Centro Internazionale Loris Malaguzzi, non pensava al discorso che stava pronunciando, visto che lo esternava come una macchinetta (chissà quante volte lo avrà fatto!), piuttosto poteva riflettere su una delle sue prossime creature: e l’ispirazione gli poteva venire osservando l’espressione di un volto qualunque tra quelli che lo ascoltavano con infinita ammirazione. Calmo, distaccato appariva come uno scienziato, ma anche un alchemico, simile al misterioso Spallanzani – quello del racconto di Hoffman, ideatore della bambola Coppelia.
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Dolci (anche il cognome è appropriato) ha ripercorso i tempi del “Laboratorio Teatrale Gianni Rodari” – nato negli anni ’70 al Valli – in occasione dell’incontro organizzato al Malaguzzi, intitolato “Verso la Notte dei racconti 2019”. Un incontro di approfondimento dedicato alla «burattinologia applicata» – come la chiamava Gianni Rodari – durante il quale Dolci ha raccontato cosa volesse dire per lui vivere una passione, tanto da farne il proprio lavoro.
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I primi passi li mosse con Otello Sarzi, giusto cinquant’anni fa, in occasione di un tour: «Dopo sono stato assunto con la qualifica di bidello», puntualizza Dolci.
In quegli anni, in ambito pedagogico, a Reggio si faceva sempre più largo la convinzione che esplorare il mondo dei burattini, nella cultura dell’infanzia, fosse importante per costruire nei piccoli la loro identità di futuri cittadini: ma burattini vuol dire teatro e il teatro, nella convinzione di Loris Malaguzzi (nel corso della chiacchierata citato spesso da Dolci), costituiva «uno dei 100 linguaggi dei bambini».
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«Ma intendere il teatro come forma educativa – sottolinea Dolci – non era scontato, anzi una volta era considerato pericoloso e in certe situazioni sconsigliato».
MATEMATICA O BURATTINI
Prima di fare il burattinaio a Reggio Emilia, Dolci insegnava matematica e frequentava la Compagnia Sarzi a Roma. «Ad un certo punto era impossibile dedicarsi a tutte e due, quindi ho scelto i burattini, facendo come Pinocchio che, vedendo il Circo, segue Mangiafuoco e non va a scuola».
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L’altra impresa ardua, per Dolci, era presentare i burattini come «qualcosa di impegnato», per adulti: perché con i burattini si faceva Majakoski, Garcia Lorca, Brecht. «Tuttavia essi erano considerati sempre per bambini e quando si scriveva sulle locandine “per adulti” loro pensavano che fosse “a luci rosse”: ma quelle aspettative venivano, ovviamente, sempre disattese».
LA SVOLTA NEL ’68
«Intorno al 1968, in occasione della tournée con Sarzi a Reggio, fummo investiti da tantissime domande che ci pervenivano dalle educatrici delle scuole d’infanzia: non su temi generici, ma questioni precise sugli strumenti, sulle caratteristiche... tanto che ci siamo davvero meravigliati. Poco tempo dopo mi hanno proposto di fare questo lavoro a Reggio, pagandomi subito come bidello giornaliero, quindi avventizio ed infine l’assessore mi ha nominato “animatore teatrale” e così ho svolto per trent’anni il mestiere di burattinaio municipale».
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Per l’occasione, su “Paese Sera”, Gianni Rodari scrisse che la sua assunzione costituiva un bell’esempio di «creatività burocratica». Mariano Dolci ha anche raccontato come si è inventato il lavoro, in quanto era necessario perseguire un linguaggio teatrale da mettere in mano ai bambini: «E così ho prodotto un’infinità di pupazzi, marionette (a filo, a mano, con le ombre...) sperimentando continuamente, e inoltre mi sono interessato anche a maschere e travestimenti: servivano ai bambini per entrare nei panni di un altro, uscendo dal proprio naturale egocentrismo».
Con grande modestia ha fatto cenno al suo lavoro presso l’ospedale psichiatrico «dove ho la netta impressione che i giochi siano stati utili...» e ancora a collaborazioni con personalità eminenti come Emanuele Luzzati.
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GLI “AMICI” DI SEMPRE
Oltre ai discorsi, a dimostrazione della sua suprema maestria, Dolci ha presentato la scimmia Elvira (con la quale è ventriloquo) che non vuole andare a letto, ruba i ciucci e alla fine, dopo vari capricci fa addormentare la maestra. «Cosa vuole, è la vittoria del piccolo sul grande. Infatti alla fine Elvira dice: “E adesso che abbiamo addormentata questa scema...”». L’altro è una sorta di sua mascotte: il pelosissimo cane Tobia, marionetta da lui costruita negli anni ‘80 che passeggia come un cane vero, e irresistibile per simpatia. «Tante volte ha fermato il traffico sulla via Emilia. Tobia è il mio biglietto da visita... altrimenti come mi riconoscono?». —
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