Alberto Mattioli spiega Verdi «Nei suoi capolavori troviamo l’Italia e gli italiani»
REGGIO EMILIA. Tra una recita e l’altra della “Potenza del fato” – questo è il titolo surrogato dell’opera in corso al Valli- che per motivi scaramantici non va nominata – Alberto Mattioli scrittore, giornalista, e brillante critico musicale della Stampa, presenta il suo libro “Meno grigi e più Verdi” (Garzanti, 2018). Accade per il secondo appuntamento di “Finalmente domenica 2019”, il 3 febbraio alle 11, nella Sala degli Specchi del teatro Valli. All’incontro, che reca anche questo sottotitolo “Come un genio ha spiegato l’Italia agli italiani”, prenderà parte anche Francesco Filidei, consulente musicale della Fondazione I Teatri, compositore e soprattutto, tiene a sottolineare bene lo stesso Mattioli, «pucciniano sfegatato».
Ma domenica si parlerà di Verdi e insieme degli italiani visti da Verdi: l’allusione viene già dal titolo. «Che, tra parentesi, si scrive con i simboli aritmetici, così: “– grigi + Verdi”. L’ho letto su una cabina elettrica di Milano, vicino alla Scala, un writer di genio, Frode, che aveva pittato la faccia del maestro ripresa dal ritratto di Boldini con il cilindro e la sciarpa bianca annodata attorno al collo sempre dipinta di verde, come se fosse un marziano. Ma come fare a rendere questo Paese un po’ più Verdi?».
Secondo Mattioli, l’Italia è sempre quella di allora, in quanto i tipi umani e i problemi sono ancora attuali e giacciono irrisolti, per cui come già qualcuno aveva annunciato nel Risorgimento: «Bisognerebbe sempre fare gli italiani».
«Verdi – spiega Mattioli – è da considerare una sorta di antropologo dell’Italia. Lui interpreta il nostro Paese per come è davvero, un’operazione insolita che hanno fatto in pochi: Macchiavelli, Leopardi, Gramsci e Fellini». A dimostrazione di ciò, cita momenti di alcune delle opere che bene ci descrivono gli italiani visti dal Cigno di Busseto, e il quadro, appunto, non è proprio consolante: «La prima scena del Rigoletto sembra svolgersi durante una delle cene eleganti di Arcore; il protagonista di “Un ballo in maschera”, Riccardo, è l’archetipo del bamboccione di provincia, già pronto per comparire nel film I Vitelloni di Fellini; Radamès è il ragazzo di buona famiglia che si innamora della colf immigrata Aida invece che di un mezzosoprano socialmente compatibile. Non parliamo del dialogo nel Don Carlo tra Filippo II e L’Inquisitore: pare l’incontro tra un nostro presidente del consiglio e il presidente della Cei dove l’uno chiede all’altro di pagare l’Imu e l’altro parte con altri discorsi... Di questo parliamo: dietro ai mascheramenti esotici e la distanza spazio temporale, c’è Italia di sempre».
Nei capolavori di Verdi, fra una cavatina e un duetto, ritroviamo atmosfere, situazioni e istituzioni tipicamente nostrane: la famiglia, il rapporto con le donne e con la Chiesa, la noia della provincia, il ruolo degli intellettuali, il peso del denaro... Per Mattioli il nesso esiste anche con “La forza del destino”: «L’opera maledetta è interessante in quanto Verdi vi racconta l’Italia profonda di cui nessuno parlava davvero. E la abbozza mentre siede sui banchi della Camera dei deputati... Lui era un falso provinciale: gli piaceva stare in provincia, ma aveva una visione aggiornata su qualsiasi tema artistico e sulle novità tecnologiche e scientifiche. La disgrazia di Verdi era di amare l’Italia, ma di non averne alcuna stima...». —
Giulia Bassi
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