Gazzetta di Reggio

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Un viaggio nell’Africa di Sebastiao Salgado per vedere la verità e tornare umani

Martina Riccò
Un viaggio nell’Africa di Sebastiao Salgado per vedere la verità e tornare umani

Cento scatti raccontano la dignità e il dolore del continente. Si finisce con la marcia per il vaccino. L'esposizione fino al 24 marzo a Binario 49 e Spazio Gerra

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REGGIO EMILIA. Non ditegli che sono “belle”, le sue fotografie. Non che non gli faccia piacere, ma non gli interessa. Fermatevi invece a guardare cosa raccontano, ad ascoltare quello che hanno da dire.

Se Sebastião Salgado ha voluto donare la mostra “Africa” a Reggio Emilia «non è solo perché in Italia nessuno l’ha ancora vista. Ma perché possa far vedere agli italiani cosa c’è alla radice delle migrazioni che li spaventano».

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E non per niente l’esposizione – curata dalla moglie Lélia Wanick Salgado e allestita nella duplice sede di Binario 49, in via Turri, e Spazio Gerra, in piazza 25 Aprile – termina con la fotografia che ritrae la popolazione del campo bestiame di Keny mentre si dirige verso i vaccinatori antipolio appena arrivati nell’area di Maper Payern, nel Sudan del sud. Sullo sfondo di palme in controluce si resta ipnotizzati davanti alla marcia silenziosa e inarrestabile di figure – lunghe e magre come gli alberi –, che di umano hanno solo la voglia di restare in vita.

L’INIZIO DEL VIAGGIO

La mostra comincia nel caffè letterario Binario 49, e non poteva essere altrimenti. Sono stati infatti Khadija Lamami e Claudio Melioli a compiere il miracolo: come in una favola sono riusciti a contattare il fotografo, gli hanno chiesto qualche scatto da esporre in via Turri, si sono sentiti rispondere: “Vi regalo Africa”.

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In questa sezione sono esposti i 50 lavori che Salgado ha realizzato tra il 1974 e il 2005 nel sud del continente africano tra Mozambico, Malawi, Angola, Zimbabwe, Sud Africa, Ruanda, Uganda, Congo, Zaire e Namibia.

Tutto ha inizio nel 1971, quando Salgado arriva in Ruanda per l’Organizzazione Internazionale del Caffè. Viaggiando all’interno del paese si imbatte nei movimenti di liberazione africana (soprattutto in Angola e Mozambico): sono scatti di gioia sfrontata, immagini in cui soffia una nuova speranza. Tornerà in queste terre negli anni ’90, quando gli esuli fanno rientro a casa (emozionante la fotografia in cui mamma e figli, prima di andare via, si fermano a guardare l’abitazione che li ha ospitati durante la guerra civile e a cui hanno appiccato il fuoco, in segno di non ritorno).

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Salgado questa storia la sente dentro, e si vede. Ama ricordare: «Quello che rappresento, l’ho vissuto. Io stesso sono un esule, sono andato via dal Brasile a vent’anni per motivi politici, so cosa vuole dire sradicarsi dalla propria terra perché non ci sono alternative, io sono queste persone che fotografo». A distanza di decenni torna negli stessi posti, perché immutata è la sua voglia di raccontare, di testimoniare. Chiede sempre alle persone il permesso di fotografarle, quando ottiene un “sì” però non le mette in posa. Loro capiscono la potenza dell’obbiettivo, sanno che finalmente qualcuno raccoglierà la loro voce.

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A un certo punto il meccanismo si inceppa, qualcosa dentro di lui si rompe. Riuscirà a tornare alla fotografia solo dopo essersi dedicato a un progetto di riforestazione dalle parti di Vittoria, in Brasile, suo paese natale. Sono gli anni Duemila. Guarito nello spirito, cerca la terra, insegue paesaggi incontaminati, torna nel suo paradiso, l’Africa, e immortala Madre Natura. Alcuni di questi scatti si trovano a Binario 49: sono un inno alla perfezione che non ci appartiene e di cui – troppo spesso – dimentichiamo di fare parte.

NELL’ABISSO

Allo Spazio Gerra (che ha teso la mano a Binario 49 fin dalla sua apertura e lo accompagna anche in questa straordinaria avventura ospitando altre 50 fotografie) sono esposte le immagini più truci, raccolte, tra il 1973 e il 2006, nelle regioni dei Grandi Laghi e in quelle subsahariane.

Nel cammino senza sosta né speranza dei profughi, nei corpi senza più forza, negli occhi che continuano a guardare avanti, si impara il significato della parola “dignità”.

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Un rifugiato ammalato di colera si abbandona all’abbraccio di quella che forse è sua moglie. Dietro la sua testa passa una donna con le vesti decorate. Un fiore diventa un’aureola. La morte si trasforma in Pietà.

Ferisce vedere occhi che non vedranno più, sferzati dal vento e dalla sabbia che hanno cercato di attraversare per un domani più felice. Uccide appoggiare lo sguardo sui corpi dei bambini massacrati nella scuola del villaggio di Nyarubuye, in Ruanda. Muti, continuano a gridare. Grazie alla fotografia di Salgado, il genocidio non è più “solo” una parola.

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Questa parte di mostra non concede pause, ci fa sbattere incessantemente contro quello che non avremmo mai pensato né tantomeno voluto vedere: lì, un uomo – nudo come il vitello che si porta appresso – scava con le mani nella sabbia. La sua innaturale magrezza non gli impedisce di cercare lo sterco da bruciare. Con la cenere ottenuta potrà proteggersi dagli insetti, mettere al riparo la sua famiglia e il suo vitello.

Qui, un padre avanza con il suo bambino in braccio. Il piccolo sta morendo. Dietro di loro il cammello che li ha portati dall’Eritrea al campo di Wad Sherifai, in Sudan, è a terra. Non si rialzerà più.

E noi? —


 

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