«Reggio diventò davvero la capitale della danza con il Festival Forsythe»
Giovanni Ottolini, dal 2008 al 2017 direttore generale della Fondazione Nazionale della Danza fece conoscere in Italia il geniale coreografo grazie a una rassegna a lui dedicata nel 1989
L’INTERVISTA
Giulia Bassi
«Ci sono percorsi intrecciati attorno a William Forsythe per poter dare conto di come la nostra città è diventata “la città della danza” e perché la coreografia è centrale nella cultura che ha guidato le nostre esperienze e ci ha posto come riferimento per il balletto contemporaneo». Ad affermarlo, in occasione dello straordinario appuntamento di questa sera al Valli con la Compagnia Forsythe è Giovanni Ottolini, già direttore generale della Fondazione Nazionale della Danza dal 2008 al 2017 e trent’anni fa di direttore dei festival di danza. Fu lui, e non è un merito da poco, a fare conoscere Forsythe al pubblico reggiano ma non solo.
Partiamo dal Festival Forsythe da lei ideato che si svolse nel settembre 1989.
«Premetto che un consapevole investimento sulla danza era iniziato negli anni ’70 grazie a Guido Zannoni, il direttore che insieme agli amministratori della città ha creduto nella danza come “arte contemporanea” in grado di parlare ai giovani ed attribuendole un profilo alto. Quanto al Festival, l’idea era quella di dedicare ogni edizione monografica alla danza di un Paese o ad un Maestro della coreografia. Così nacquero alcuni festival molto importanti come quello sulla danza contemporanea olandese nel 1986 e la straordinaria edizione dedicata nel 1987 alla grande Martha Graham».
Poi arrivò Forsythe.
«Decisivo fu il feeling creatosi tra Billy e Aterballetto al quale il coreografo tedesco aveva “regalato” già nel 1984 “Love Songs” per creare poi nel 1985 “Artfact 2” (poi Step-text dal 1989) sulle note della Ciaccona di Bach. Ma Forsythe nel 1984 era divenuto direttore del Frankfurt Ballet e nel giro di pochi anni si stava imponendo come un autore di grande interesse che destrutturava la danza classico-accademica portandola alle estreme possibilità espressive e fisiche. Così la sua estetica ed il suo linguaggio si è definita nel tempo danza post-classica».
Perché dedicare l’edizione 1989 del Festival a Forsythe?
«Il caso ci offrì un’opportunità insperata. Il Frankfurt Ballet, a causa di un incendio sul palco del teatro dell’Opera, si trovava senza casa. Roberto Giovanardi, direttore Ater e general manager di Aterballetto, ci segnalò che la compagnia tedesca cercava spettacoli fuori sede. Da qui l’idea di proporre a Forsythe un festival su di lui. Sono partito per Francoforte con la consulente Marinella Guatterini. Siamo stati per due giorni nello studio del Frankfurt, vedendo le lezioni e le prove che Forsythe conduceva con i suoi danzatori e, grazie alla complicità di Martin Steinhoff, il loro manager, lo convincemmo».
Come avete fatto?
«Billy era poco noto in Italia ma Reggio gli era piaciuta quando era venuto per Aterballetto. Gli portai le piante dei tre spazi teatrali di cui Reggio disponeva e gli feci notare che avrebbero consentito progetti di diverso formato. Restava lo scoglio del budget… Il Frankfurt Ballet era una compagnia con più di trenta danzatori e Forsythe era “esigente”, abituato ai mezzi tecnici dei teatri tedeschi. Ma in pochi mesi tutto venne definito. Fu un gran colpo e me ne resi conto sentendo che mezza Europa era sulle tracce del coreografo».
Una manifestazione così prestigiosa richiedeva un impegno eccezionale.
«Partii subito per Avignone con lo scopo di presentarlo ai critici presenti nel famoso festival estivo. Scoprimmo così di aver battuto sul tempo il Théâtre du Châtelet che in seguito mettendo un pacco di soldi, avrebbe stipulato una convenzione con Francoforte per una residenza pluriennale di Forsythe a Parigi... L’invidia dei francesi era palese».
Cosa rappresentò il Festival Forsythe?
«Durò sette giorni full time. I lavori che riuscimmo a presentare a Reggio erano inediti per l’Italia e furono realizzati nei tre teatri con grandissimo successo ed una sorprendente presenza di pubblico proveniente da tutta Italia. Billy ci fece “sgobbare” e divertire amando soprattutto la Cavallerizza. Utilizzò invece il palco del Valli completamente aperto facendolo dipingere di grigio “alla tedesca”. Organizzatori e pubblico ci emozionammo per la costruzione coreografica, il talento dei danzatori insieme alla novità del suono e della tecnologia illuminotecnica. Da parte sua Forsythe trovò un teatro e un’équipe che con la danza avevano accresciuto le proprie competenze. Il migliore d’Italia, credo, per la danza. Tra i momenti più significativi ricordo “Impressing in the Czar” e una serata condivisa con i danzatori del Frankfurt in cui Aterballetto ripropose “Step-text” e “Love Songs” all’Ariosto»
Quali altri ricordi ha lasciato un’esperienza così significativa come l’incontro con il lavoro di Forsythe?
«Reggio è stata per più di 20 anni la città italiana di Forsythe e questo ha esercitato una indubbia influenza sia sui Teatri che su Aterballetto. Forsythe ha anche influenzato più di una generazione di artisti e di pubblico e credo sia importante riproporre il suo lavoro in tempi di memoria breve. In quella stagione si cercò di promuovere l’evento anche fuori dal teatro: con Corrado Costa e Giulio Bizzarri si idearono varie forme di comunicazione, tra queste strani volantini piovvero dal cielo… Gianni Versace che aveva collaborato con Bejàrt ci ospitò in via della Spiga per la conferenza stampa. Ripensando a quell’evento rivivo l’emozione che provai guardando “Enemy in the Figure” con le musiche di Tom Willems che chiuse il Festival». —
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