Fotografia e pittura, ecco Riccardo Varini
L’artista reggiano presenta scatti rubati in Appennino durante le riprese del film di Scillitani: «Questa volta ho abbandonato i chiarismi»
REGGIO EMILIA. È un Riccardo Varini diverso quello che si scopre visitando la sua personale in svolgimento fino al 28 febbraio alla libreria Punto Einaudi Strand, in via Emilia San Pietro 22. Una cinquantina di fotografie in cui, come dice lo stesso autore, «emerge un Varini più raccolto, poetico, musicale. Immagini dettate dalla solitudine e dall’assenza».
NIENTE CHIARISMI
Nemmeno una di quelle foto che l’hanno reso celebre e che sono volutamente sovraesposte «per eliminare il superfluo. Restano solo le cose essenziali e tutto diventa più dilatato e lento», spiega. Le foto sono state realizzate durante la lavorazione del docufilm “L’Appennino che suonava” di Alessandro Scillitani imprigionando nei suoi scatti i luoghi, i balli, le esecuzioni dal vivo dei musicisti e le loro testimonianze. Eppure in quelle foto, che si richiamano volutamente alle opere del pittore olandese Jan Vermeer, cambia la tecnica ma resta, come ha scritto il critico Arturo Carlo Quintavalle (che ha scoperto Luigi Ghirri) «quella sua capacità di intendere la fotografia come pittura. Perché Varini la pittura l’ha sempre amata».
Sia quella del chiarismo lombardo di Semeghini, sia quella di Hopper o di Vermeer. Ed è a questo grande pittore che Varini si è ispirato girando l’Appennino, quasi ripercorrendo le orme di Claudio Zavaroni che è stato suo amico e che con i suoi “Ritratti d’Appennino” ha lasciato una profonda traccia nella fotografia reggiana.
I MODELLI
Ma i suoi maestri sono altri. Luigi Ghirri di cui è stato amico e discepolo, e il padre, che gli ha insegnato il valore della lentezza quando lo portava a pescare sul Po. «Tutto è nato da un errore – dice sorridendo il fotografo – e da una serie di foto che erano sovraesposte e che per una decina d’anni ho tenuto in un cassetto. Foto che ritraevano spazi infiniti che sono molto vicini alla mia anima. Alla mia geografia sentimentale. Ho iniziato a scattare nel 1979 poi a 50 anni è arrivata la svolta, e oggi vivo di fotografia».
L’INCONTRO CON GHIRRI
Luigi Ghirri non era solo un amico di famiglia, ma è stato un pioniere del secondo Novecento. «Ha cambiato il concetto di fotografia – spiega Varini – e io mi sento suo erede. Ghirri resta il mio faro, assieme a mio padre che mi ha insegnato ad amare le cose piccole, la lentezza, e ad amare la neve che dà l’idea di purezza e di silenzio. La fotografia è una poesia che hai dentro e vai a cercare fuori. Io ho bisogno di spazi aperti. Anche l’uomo non appare quasi mai perché non disturbi l’equilibrio. È importante quello che riesci a trasmettere. La fotografia è poetica non tecnica».
FOTOGRAFIA E PITTURA
Varini torna alla mostra al Punto Einaudi e commenta: «Queste sono quasi riprese pittoriche dove c’è poesia e un’intimità catturata in situazioni dettate dalla solitudine dall’assenza». Questa personale, dopo l’antologica di due anni fa ai Chiostri di San Domenico, è una tappa di un percorso in cui la pittura continua ad essere presente. «D’altronde – dice Varini – io sono un pittore mancato. Il pittore aggiunge, il fotografo lavora per togliere il superfluo».
PROGETTI FUTURI
«Mi piacerebbe fare qualcosa con Omar Galliani – rivela Varini – per fare un lavoro sui pioppi del Po. Ne abbiamo parlato dopo la sua ultima bella mostra». Il prossimo appuntamento è per sabato 23 febbraio alle 18.30 al Rosebud per la proiezione del docufilm di Alessandro Scillitani (che ha registrato un tutto esaurito nelle due proiezioni di martedi sera): «Poi il film girerà per l’Italia – assicura Varini – e lo faremo vedere a Francesco Guccini».
Intanto Riccardo Varini continua a lavorare in via Gazzata nei locali dell’associazione culturale Artyou assieme a Daniela Ambrosetti e a stampare, come fa da trent’anni, le sue foto. «A getto d’inchiostro e su carta cotone perché dura 200 anni. La foto va stampata, e non lo fa quasi più nessuno. Non importa che macchina usi, va bene anche lo smartphone, ma poi bisogna stampare altrimenti tutto andrà perduto». —
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