Cavriago, Cristiano Cavina alla caffetteria Zanti con “Ottanta rose mezz’ora”
Intervista a Cristiano Cavina: «Era anni che vivevo con questa storia dentro di me, ne avevo paura»
CAVRIAGO. C’è un nuovo appuntamento letterario organizzato dall’associazione culturale Carmen Zanti: domani sera (ore 21) alla caffetteria Piazza Zanti nella piazza omonima di Cavriago, lo scrittore Cristiano Cavina presenterà il suo libro “Ottanta rose mezz’ora”, edito da Marcos Y Marcos. Cavina, classe 1974, è cresciuto tra i boschi dell’Appennino romagnolo ascoltando le storie degli anziani, finché non ha deciso anche lui di mettersi a raccontare: con il suo romanzo d’esordio “Alla grande”, pubblicato nel 2003, ha vinto il premio Tondelli. Da allora non ha più smesso di scrivere, dedicandosi anche alla narrativa per ragazzi. “Ottanta rose mezz’ora” è il suo ultimo romanzo.
Cavina, come nasce questo libro?
«È tratto da una storia vera, una storia che ho cercato di non scrivere per anni, poi finalmente è successo. È una dichiarazione d’amore a una creatura meravigliosa che lotta per i propri sogni, l’eroe della storia. Che non è un uomo ma una donna, Sammi, la protagonista del romanzo».
Di cosa parla?
«Racconta di uno scrittore dal talento mediocre, con una figlia adolescente avuta da un matrimonio disastroso, che a un certo punto incontra un’insegnante di danza. E se ne innamora follemente. Lui però non sa che lei, per tenere in piedi la sua scuola, ha accumulato un sacco di debiti… e così i due vengono trascinati in una tempesta: lei proverà a vendersi per salvare i suoi sogni. E lui le si butta dietro, non tanto per salvarla, ma perché vuole starle vicino. È ciò che può succedere quando ci innamoriamo nel momento sbagliato».
Quanto c’è di biografico?
«Tanto. Profumi, luoghi, sentimenti… per quanto si tratti sempre di un romanzo, di sicuro il fuoco e la passione, la meraviglia e lo schifo, le cose tenere e le cose sconce che si leggono tra le pagine del libro vengono da quello che ho vissuto. Erano anni che vivevo con queste ottanta rose sulla spalla: Sammi era il mio spirito guida che mi diceva che dovevo raccontare la sua storia. Ma non avevo il coraggio».
Perché?
«Perché avevo paura di rovinare il mio orticello: io che avevo sempre scritto di provincia, di famiglia, di quotidianità. Questa invece non è una storia pettinata, anzi direi proprio che oscilla tra l’inferno e il paradiso. Ma poi mi sono lanciato. Aveva già sedimentato a lungo dentro di me: era il momento giusto. D’altra parte scrivere rimane l’unico momento della mia vita in cui continuo ad essere ribelle».
E l’orticello si è rovinato?
«No, anzi! Si sta espandendo sempre più velocemente. In sedici anni di carriera credo di non aver mai ricevuto così tanti messaggi: mi scrivono da tutta Italia. Questo libro è a metà tra un pugno in pancia e un fortissimo abbraccio: ti stringe forte, parla direttamente. E ora sta entrando in tante case, incontra tante persone. Sono molto contento, perché un libro appartiene a chi lo legge».
Che effetto fa?
«Anche le mie opere precedenti avevano zone in cui ci si poteva non sentire a proprio agio. Ma qui c’è proprio un bello scarto. Credo di non aver mai scritto così bene. E adesso si comincia a fare sul serio, adesso cominciamo a divertirci. Mi brucia proprio dentro la voglia di scrivere».
Cosa scriverà?
«Per ora sto portando a termine il secondo volume di una trilogia per ragazzi, che si intitola “Pepi Mirino e la macchina del buio”. Per il resto non posso ancora dire nulla, se non che ho già un’idea che mi gira in testa. E che scriverò tanto, con passione, determinazione e desiderio».
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