Luciano Ligabue: «All'Italghisa dove tutto è iniziato con un disco che per me è una sorta di ripartenza»
Il rocker al settimo cielo nella sua Reggio Emilia: «Questa è casa mia». E sulla città: «Abbiamo tanti punti di forza, vedi il Core, ma anche troppo traffico»
REGGIO EMILIA. «All’Italghisa abbiamo fatto il primo raduno, nel 1992. E oggi siamo di nuovo qui. Da allora sono cambiate tante cose, eh. Il palco, ad esempio, se non ricordo male era spostato più in là... ma c’è una cosa a non essere cambiata: noi. Noi siamo ancora noi».
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Emozionato, certo, ma soprattutto contento. Luciano Ligabue arriva sul palco ed è come se fosse a casa. E in fondo è così. Qui è dove tutto è iniziato, qui è dove rimasto a vivere nonostante il successo e la fama.
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Dopo il concerto e prima del derby tra il Milan e la sua amata Inter (imperdibile, ancor di più conoscendo il risultato finale), riusciamo a fargli qualche domanda. Di “Start” ha già detto tutto lui, cantandolo con il cuore in un luogo così importante, e allora parliamo dell’altro suo amore, quello per la nostra città. Città che, ci sembra di capire, non abbandonerà mai e poi mai.
“Ancora noi” è una dedica agli amici di sempre, con cui trascorre ogni venerdì sera, “Io in questo mondo” è per il pubblico che non l’ha mai abbandonata. Il concerto all’Italghisa un regalo alla città. Ligabue non riesce proprio a fare meno delle sue radici e di Reggio Emilia. Come mai?
«È vero, sono molto legato alle mie radici. I miei affetti veri sono tutti qua. La mia famiglia. Il mio studio di registrazione, i miei uffici, quelli del mio manager... tutto qua. Molto semplicemente è la mia dimensione naturale».
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Nonostante il successo continua a vivere a Reggio, ma com’è cambiata la città in questi anni? E i reggiani?
«In un mondo che cambia così tanto, Reggio non può non cambiare. La predisposizione alla “laboriosità” tutta nostra resta intatta ma forse il senso di “comunità” un poco è stato perso. Dal confronto che posso fare con la visione “turistica” che il mio lavoro mi fa fare delle altre città, Reggio mi sembra ancora una città piuttosto sana».
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Da cittadino cosa cambierebbe in città? Cosa si dovrebbe migliorare?
«È molto facile dare per scontato quello che si ha per lamentarsi un po’ di tutto. Reggio continua ad avere punti di forza nei suoi servizi. Il primo che mi viene in mente è il Core. Comunque c’è un chiaro problema di viabilità. Il traffico è eccessivo per una città delle nostre dimensioni. E l’inquinamento che ne consegue fa di Reggio la città forse più inquinata dell’Emilia e quindi una delle più inquinate d’Italia. Magari servirebbero altre iniziative di aggregazione per provare a rinsaldare il senso di comunità».
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All’Italghisa c’era già stato il 14 novembre del 1992 con il primo raduno del Bar Mario, cosa ricorda di quella sera?
«Era il primo raduno del fan club. Ragazzi che arrivavano da ogni parte d’Italia. Mio padre che faceva la spola con la macchina per portare gruppi di loro dalla stazione all’Italghisa. Mio fratello alla prima organizzazione “importante” legata al Bar Mario. Diversi amici musicisti che ci hanno raggiunto esibendosi insieme a noi. I Clandestino. L’euforia dei primi anni di carriera. Tutto bellissimo».
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E invece presentare “Start” in questo modo, davanti a oltre 700 persone a due passi da lei, com’è stato?
«“Start” è un disco che sento molto affine ai primi album. Credo sia per questo che mi è venuto di presentarlo in queste condizioni all’Italghisa. È stato proprio quello che cercavo: musica senza effetti speciali per poche centinaia di persone in una speciale situazione di intimità. Mi è piaciuto molto. Spero sia piaciuto altrettanto a chi c’era». E su questo, non ci sono dubbi. —
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