Gabriele Vacis alla Casa delle Storie con un racconto sull’accoglienza
Il regista giovedì 21 marzo al Gattaglio, ospite del Teatro dell’Orsa. In programma “Colloqui d’amore”: «Per pensare all’oggi»
REGGIO EMILIA. Anche i capolavori più antichi trattano i temi scottanti dell’attualità, per esempio quello dei migranti.
Ce lo dice il regista, già direttore dei Teatri di Reggio, Gabriele Vacis che giovedì 21 marzo (ore 21) sarà ospite della Casa delle Storie, la sede del Teatro dell’Orsa in via Beretti 24/D al Gattaglio, per presentare “Colloqui d’amore”.
In questi giorni Vacis sta lavorando come regista all’opera “Serse” che debutterà il 29 marzo al teatro Valli.
«Al centro di questo racconto – ci svela – stanno “Le Supplici” di Eschilo, ovvero la tragedia più antica dopo “I Persiani” in cui si parla dei profughi che arrivavano in Grecia. Anche a quell’epoca, 2500 anni fa come adesso, ci si chiedeva: è giusto accogliere queste persone o no?».
Che cosa sono questi “Colloqui d’amore”?
«Prendendo a prestito le parole di Pier Paolo Pasolini, sono confronti pubblici per riportare in vita ciò che è stato dimenticato, ovvero l’antica pratica teatrale che è la meditazione sociale. L’obiettivo è quello di sostituire lo scontro dialettico con la narrazione».
Rientrano nel progetto da lei voluto all’Istituto di Pratiche Teatrali per la Cura della Persona?
«Il Teatro Stabile di Torino sostiene da tempo l’importanza del teatro come opportunità di integrazione, condivisione e coesione ed è proprio in quest’ottica di teatro inclusivo, impegnato ad operare in aree disagiate della società, che ha deciso di accogliere e sviluppare questa iniziativa istituendo un settore specifico denominato appunto Istituto di Pratiche Teatrali per la Cura della Persona. E i “Colloqui d’amore” si riferiscono alla formazione di immigrati per raccogliere le loro storie, facendo parlare loro: sul sito dell’Istituto c’è un archivio con tutte le testimonianze ottenute organizzando incontri sia al Teatro Carcano, ma anche che so... alla bocciofila di un quartiere di periferia!».
Quindi nei “Colloqui d’amore” viene inserita la tragedia di Eschilo?
«Sarò io a raccontare la storia, intervallato, come accade nelle tragedie antiche, dal coro la cui voce (in video) è quella dei migranti con le loro testimonianze. Considero le loro testimonianze quale evoluzione della narrazione stessa, ed inserirle all’interno della trame delle Supplici ne aumenta la potenza, in quanto Eschilo mette in scena la difficile decisione della città di fronte alla richiesta di asilo di chi fugge dalla guerra, dalla fame, dalla carestia».
Con quale esito?
«C’è un momento di suspense in cui il popolo è diviso a metà e non sa cosa fare; la responsabilità cade dunque sul re, infatti manca il suo voto. E così parte il suo monologo in cui fa valere le ragioni dell’accoglienza... Credo che molti politici dovrebbero rileggersi questo testo, e in generale c’è bisogno di dare maggiore peso alla narrazione, al racconto delle storie personali; diversamente i media e la televisione puntano di più sulle opinioni».
Come avete lavorato alla tragedia?
«È stata effettuata una traduzione da parte di Monica Centanni, un lavoro filologico profondo e preciso, ma la lingua scelta è quella contemporanea, e dunque molto incisiva, senza alcun accademismo». —
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