Gazzetta di Reggio

la grande mostra 

Antonio Ligabue a San Gallo, il ritorno nella perduta terra natale

Sandro Parmiggiani
Antonio Ligabue a San Gallo, il ritorno nella perduta terra natale

“Il Van Gogh svizzero” dal 1° aprile al Museum im Lagerhaus: 50 dipinti, 20 disegni, 8 sculture

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REGGIO EMILIA. La mostra “Antonio Ligabue, der Schweizer Van Gogh / the Swiss Van Gogh” (“Antonio Ligabue, il Van Gogh svizzero”), che s’inaugura lunedì 1° aprile al Museum im Lagerhaus di San Gallo, è un evento culturale di particolare significato, almeno per due ragioni. La prima: a più di cinquant’anni dalla morte (27 maggio 1965), Antonio Ligabue fa ritorno, con questa esposizione (50 dipinti, 20 tra disegni e incisioni, 8 sculture, provenienti per la maggior parte da collezioni private e da alcune istituzioni pubbliche), nella terra natale, dove la sua opera è ignota al grande pubblico, se non a pochissimi specialisti.

LE ORIGINI

Antonio era nato a Zurigo il 18 dicembre 1899 da un’emigrata italiana, Elisabetta Costa, era stato poi riconosciuto, pur non essendone il padre, da un emigrato originario di Gualtieri, Bonfiglio Laccabue, ed era stato dato in affido, a pochi mesi di età, alla famiglia di Johannes Valentin Göbel e Elise Hanselmann, la quale avrebbe vissuto nel Cantone di San Gallo fino all’anno fatale, il 1919, dell’espulsione di Ligabue dalla Svizzera e del suo approdo a Gualtieri.

DOCUMENTI INEDITI

La seconda ragione di interesse della mostra – curata da me e da Monika Jagfeld, direttrice del Museum im Lagerhaus, in collaborazione con Renato Martinoni, professore emerito di Letteratura italiana all’Università di San Gallo – è che essa ha consentito di raccogliere una serie di notizie e di documenti inediti in parte pubblicati nel catalogo bilingue (tedesco e inglese) che l’accompagna, (192 pagine, edito da Skira) sui primi vent’anni della vita di Antonio. Oltre a un’accurata ricognizione compiuta in tutte le scuole da lui frequentate, è stato possibile raccogliere i documenti d’archivio che segnano la vita sua, della famiglia adottiva e di quella d’origine (distrutta, nel gennaio 1913, da un avvelenamento per avere mangiato carne avariata) e ricostruire gli spostamenti nel territorio attorno alla città di San Gallo della famiglia Göbel, la vita errabonda e travagliata di Antonio, le durissime condizioni delle migliaia di immigrati italiani (numerosi quelli originari della Bassa reggiana) all’inizio del Novecento – gli “Spaghettifresser” (“mangiatori di spaghetti”) di cui si paventava all’epoca una“invasione” – impegnati nell’industria tessile e nei cantieri.

È emerso tra l’altro, in una visita compiuta nell’agosto scorso da me e dal professor Martinoni a Marbach, nell’Istituto “Heim im Oberfeld” per giovani “esuberanti”, che lo accolse per due anni, dall’aprile 1913 al maggio 1915, che gli adolescenti ospiti erano chiamati a cimentarsi nella pittura, nella scultura in pietra, nella musica e nel canto. Tra pochi mesi, molte di queste notizie inedite confluiranno in un libro, edito da Marsilio, “Antonio Ligabue. Gli anni della formazione”, scritto da Renato Martinoni, che darà pure alle stampe, nel 2020, un romanzo su Antonio giovane.

IL SIGNIFICATO

Il senso di questa mostra può essere racchiuso nel titolo del testo che ho pubblicato in catalogo: “Da Gualtieri a San Gallo, dall’esilio alla patria perduta”. Chi conosce l’opera di Ligabue, “straniero in terra straniera”, sa infatti che le immagini della terra natale ritornano continuamente nei suoi dipinti: borghi e castelli con le bandiere al vento (alcuni ancora oggi riconoscibili negli stessi dintorni di San Gallo), carrozze e diligenze, case con i tetti ad alti spioventi. Fu proprio questa tenace memoria, assieme alla consapevolezza e alla volontà di essere artista, a salvarlo dal naufragio, dentro le irrisioni e le umiliazioni, le amarezze e le sofferenze, che segnarono la sua vita.

OLTRE LA MOSTRA

L’esposizione gode del sostegno del Cantone e della Città di San Gallo, della Pro-Helvetia, e del patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Berna e dell’Università di San Gallo. Numerose sono le iniziative che animeranno il periodo di durata della mostra – aperta fino all’8 settembre 2019 – con conferenze organizzate da varie Associazioni Culturali (la prima, promossa dalla locale Società Dante Alighieri, avrà luogo il 2 aprile, con un mio intervento), rappresentazioni teatrali (Un bès di Mario Perrotta con Marco Michel andrà in scena il 6 aprile), film, convegni (in particolare, una giornata di riflessione sulla condizione degli immigrati italiani nella Svizzera tedesca che s’annuncia di particolare interesse, inevitabilmente spingendo il proprio sguardo al di là degli anni di più acuta emarginazione). Insomma, dopo le iniziative espositive in Italia, si spera che s’apra per Ligabue una stagione di mostre in quell’Europa che Attilio Bertolucci riteneva, nel 1975, il suo ambito naturale: per Bertolucci, Ligabue aveva saputo «portare un così gagliardo soffio d’arte europea, dell’Europa di Van Gogh e di Rimbaud, nel soffoco dell’aria nostra». —




 

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