«Il “Serse” si apre con l’omaggio a un platano. Nell’opera domina la natura dei sentimenti»
Il 29 marzo il regista Gabriele Vacis debutta al teatro Municipale Valli con la nuova produzione firmata dalla Fondazione I Teatri di Reggio
REGGIO EMILIA. Ritorna un altro titolo di Händel al Valli, dove più di trent’anni fa andò in scena il bellissimo “Rinaldo” per la regia di Pizzi. A chiusura della stagione lirica, del grande sassone, con una produzione di cui la Fondazione I Teatri è capofila, il 29 marzo alle 20 debutta “Serse” (replica domenica 31 marzo, ore 15.30) realizzato insieme al Comunale di Modena e ai Teatri di Piacenza.
La parte musicale è affidata all’Accademia Bizantina per la direzione di Ottavio Dantone, la regia è di Gabriele Vacis con un cast composto da interpreti specialisti del repertorio barocco: Arianna Vendittelli (Serse), Marina De Liso (Arsamene); nei ruoli en travesti, Delphine Galou (Amastre) la reggiana Monica Piccinini (Romilda), Francesca Aspromonte (Atalanta), Luigi De Donato (Ariodate) e Biagio Pizzuti (Elviro). «Cercavo un’opera senza necessità narrative ma che portasse all’estremo la narrativa barocca fatta di complicati intrighi che non sono che pre... testi. Così ci si perde, ma rimane la gioia che ci trasmette la musica – spiega Gabriele Vacis –. E questa, in particolare, sembra scaturire dal connubio tra natura e geometria, dove l’espressione dei sentimenti sta dentro una struttura geometrica rigorosa inflessibile».
L’opera inizia con la famosa aria “Ombra mai fu”...
«Sembra una celebrazione dell’albero (un platano), ed esprime una sorta di dichiarazione di appartenenza alla natura. All’interno di quest’opera potremmo individuare un percorso di comprensione dell’ambiente, quindi ecologia ante litteram. Siamo nel ‘700 e constatiamo che non siamo al centro del mondo, ma siamo chimica».
Per questo sembra regnare una sorta di corrispondenza tra il senso complessivo e i personaggi?
«Ma qualcosa rimane sempre di inspiegabile: Serse è innamorato di Romilda e con essa condivide la sensibilità verso la natura. Purtroppo, però, lei non gli corrisponde. Noi umani alla fine siamo inafferrabili e la musica esprime questa condizione a meraviglia».
Come si svolge lo spettacolo?
«Su tre piani: l’orchestra a livello del pubblico; poi il piano dei cantanti e il piano rialzato dove lavora il gruppo dei miei collaboratori, la “schiera”, con 30 studenti reggiani con i quali da dicembre lavoro sull’esperienza dell’andare in scena, sull’essere presenti a se stessi al tempo e allo spazio, ascoltando i cantanti rispondendo alle suggestioni della musica».
Ma che cos’è la schiera?
«Da molti anni preparo gli spettacoli in un “ambiente” in cui si può improvvisare liberamente, dentro a schemi molto rigorosi, perché solo attraverso il rigore si riesce ad essere liberi. Questo ambiente si chiama “schiera”. Questa volta, con l’aiuto ideale di Händel, abbiamo esplorato i rapporti tra gli uomini e le donne, gli individui e la società, gli esseri umani e la natura».
Un commento alla storia...
«In un certo senso sì, alla storia che “si finge” e cioè all’amore di Serse, imperatore di Persia, per Romilda, la figlia del suo generale più fedele. Solo che Romilda è innamorata di Arsamene, il fratello di Serse. E anche Romilda ha una sorella, Atalanta, anche lei innamorata di Arsamene, che però è pazzamente innamorato di Romilda... Un gioco circolare di amori adolescenziali, che mette in secondo piano le questioni politiche, sociali, militari, di cui l’imperatore Serse dovrebbe farsi carico. Invece trionfa la natura dei sentimenti».
Ma torniamo ad “Ombra mai fu”. Che cosa vede lo spettatore quando viene cantata quest’aria?
«Un platano. E non uno qualsiasi, ma l’albero più antico di Torino, datato 1738, anno in cui Händel compone Serse e che è stato ripreso nelle diverse stagioni con l’utilizzo di un drone. Non potevo non sfruttare questa incredibile coincidenza. Vediamo il platano di Torino, chiamato il “nonno”, anche con la neve e purtroppo non con la nebbia che ultimamente non c’è stata mai stata!». —
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