«Periferie e gente ai margini ecco cosa racconto in Pueblo»
Ascanio Celestini stasera al Boiardo di Scandiano e domani all’Asioli di Correggio «Non ci accorgiamo di certe vite fino a quando finiscono al centro di una notizia»
SCANDIANO. Storie di periferie, storie di persone che tutti ignorano. Si potranno ascoltare questa sera al teatro Boiardo di Scandiano e domani sera al teatro Asioli di Correggio, sempre alle ore 21, raccontate da una delle voci più belle e personali del teatro italiano, Ascanio Celestini.
L’attore romano, accompagnato dal musicista Gianluca Casadei, metterà infatti in scena “Pueblo”, secondo atto di una trilogia della periferia e della marginalità avviata con “Laika”. Lo scenario è sempre quello, desolato e minimo, fra i bordi di una città e un supermercato impersonale. «Ci sono pochi luoghi e sono periferici, abbandonati, e lì raccontiamo le storie di queste persone», spiega Celestini.
Sono i luoghi praticamente in cui tutti passano e che nessun vuol ricordare?
«Per certi versi sì, d’altronde viviamo in una fase storica in cui gli abitanti delle città superano quelli delle zone rurali, questi luoghi sono vivi e pieni di vite».
Nessuno sceglierebbe questi posti per un viaggio, però.
«A volte ci scordiamo che questi luoghi esistono, e che sono abitati. Le vite di queste persone vengono raccontate sono quando finiscono al centro di una notizia, possibilmente negativa, altrimenti ci passano attorno e non ce ne accorgiamo».
Sono periferici anche alla narrazione del mondo contemporanea?
«Sì, anzi ne sono le principali vittime, di loro non ricordiamo niente se non quando diventano cronaca, ma dietro di loro ci sono vite, tante».
Il teatro diventa allora, ancora una volta, luogo di presa di posizione politica?
«Il problema è che oggi l’informazione è completamente dipendente dalla percezione che si vuol dare alle cose. L’ultimo esempio è quella della legittima difesa».
Può spiegare?
«La legge sulla legittima difesa dice che ogni difesa è legittima. È un gioco di parole, così sembra, ma in realtà scardina completamente il principio. Se ogni difesa è legittima, perché parlare ancora di “legittima difesa”?».
Segno dei tempi?
«Segno di una percezione che racconta l’opposto della realtà. Se guardiamo i dati degli omicidi in Italia, dal dopoguerra ad oggi, sono scesi sempre di più, oggi i casi sono pochissimi, e per fortuna. Però, sembra di essere in guerra permanente, se leggiamo certe cronache, quando la realtà è davvero diversa».
Anche gli strumenti di raccontare, questa realtà, sono cambiati. La scrittura e la musica, ad esempio, sono dipendenti dal web. Il teatro “resiste”?
«Per il teatro la questione è ancora diversa, se qualcuno decide di prendersi il tempo di andare a uno spettacolo è perché vuole concentrarsi».
“Pueblo” è il secondo atto di una trilogia. Il primo si chiamava “Laika”. Nomi stranieri, per l’Italia, ma oggi universali, no?
« È così, “Pueblo” è una parola che può assumere tanti significati, tanti valori».
Il popolo, ma anche i piccoli villaggi degli indiami?
«C’è tutto questo nel mio spettacolo, non parlo proprio degli indiani dell’epoca ma si passa anche attraverso questo concetto».
Un altro modo per ricordare i “periferici” prima che divengano tali?
«Mi ripeto, oggi queste persone sono ricordate e hanno un’identità sono se diventano notizia di cronaca. Che siano i morti del mare o i protagonisti, vittime o aggressori, di una qualche vicenda di violenza. Ma c’era una vita prima di questo, spesso una vita in un’altra terra, con un’altra cultura. Hanno abbandonato tutto, e non hanno nulla in cambio». —
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