«Sono un figlio della camorra ma vi racconto un’altra storia...»
Stasera al teatro Herberia va in scena “Era tuo padre”, scritto da Alessandro Gallo «Una provocazione: le ferite possono essere celate con imbarazzo o mostrate»
Cala il sipario sulla stagione di prosa del teatro Herberia di Rubiera promossa dalla Corte Ospitale. Stasera alle 21 è infatti in programma l’ultimo spettacolo dal titolo “Era tuo padre” scritto da Alessandro Gallo, con la regia di uno dei protagonisti della fortunata serie televisiva di “Gomorra” Carlo Cariacciolo e degli attori in scena: Luigi Credendino, Alessandro Gallo, Irene Grasso e Marco Ziello.
Una storia di sangue, di intrecci familiari, di ereditarietà ma anche e soprattutto di coraggio quella che lo scrittore e attore Alessandro Gallo ha voluto portare in scena, con questa drammaturgia prodotta da Caracò.
Alessandro Gallo è figlio di un affiliato della camorra che si è rifugiato nell’arte del teatro per sfuggire all’ereditarietà del padre. Come nasce questa storia?
«Porto in scena una storia personale racchiusa nelle vicende familiari. Sono cresciuto nel quartiere Traiano di Napoli con mio padre che non vedevo mai, se non in quelle poche ore in carcere. Con questo spettacolo si parla della storia di Camilla e dei suoi fratelli Giosuè e Alberto, figli di un imprenditore campano emigrato al nord, in Emilia».
Chi sarebbe questo imprenditore?
«Un camaleonte della moderna camorra che riesce in pochi anni a sostituire gli abiti sporchi di calce per indossare un colletto bianco e vivere il nord attraverso banche, aziende di intermediazione finanziaria, appartamenti di lusso e gioco d’azzardo. Questa è la storia di una mafia bulimica che ha divorato il nord lasciando un territorio spaesato, confuso, omertoso. Quella stessa omertà che negli anni passati sembrava fosse un’esclusiva del meridione ma che al contrario, come ci raccontano Don Alfonso (il padre) e le tante storie di ordinaria mafiosità, si trova anche al nord».
Il padre fugge per fare affari con la camorra. Ma i figli che scelte fanno e, soprattutto, che strade percorrono?
«I tre figli dovranno fare una scelta che potrà segnarli per tutta la vita: difendere l’impero criminale del capofamiglia o rinunciarvi. Giosuè e Alberto hanno le idee chiare: proseguire nella scalata verso il successo camorrista, difendere gli affari sul gioco d’azzardo, i loro beni, le loro aziende ma soprattutto nascondere in parte la verità alla sorella Camilla».
Perché?
«Perché Camilla è stanca di doversi portare sulle spalle il peso di tutto il male di cui il padre è protagonista. Lei vuole collaborare, raccontare agli inquirenti la geografia criminale che Don Alfonso ha disegnato con l’aiuto dei fratelli. Ovviamente questa sua scelta è un pericoloso ostacolo per Giosuè, Alberto e i vertici del clan».
Una scelta di coraggio quella di Camilla, quindi.
«Ebbene sì, il patriarcato influenza le scelte non solo dei figli maschi ma anche delle femmine, che forse sono chiamate a essere le vere protagoniste nella destrutturazione dell’archetipo paterno e nello svuotamento del potere del maschio camorrista. Un’impresa ardua e utopica che Camilla riesce a raggiungere scegliendo, contro ogni imposizione familiare, di presentarsi davanti alla giustizia e far cadere dalle sue spalle un peso che le avrebbe spezzato in due la schiena».
Questo spettacolo è una sorta di provocazione?
«Sì, è la provocazione da parte di un “figlio di...” nel mettere in discussione le proprie ferite: quelle che si tendono a nascondere con imbarazzo o che si mostrano con orgoglio. La mia famiglia è stata camorrista, non ha mai messo in discussione le dinamiche criminali. Siamo stati a sprazzi delle vittime a sprazzi dei finissimi carnefici. Questo spettacolo nasce da questa esigenza personale di voler raccontare tutta un’altra storia, partendo da un atto di coraggio». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
