Dall’eleganza eterna di Horst alla denuncia di Castella E ai Chiostri ecco il Giappone
REGGIO EMILIA. Un ballerino che improvvisa una danza con il robot Alter (che significa “alterità”). Corpi e corpetti di donne che sfidano la bellezza delle sculture greche e neoclassiche. Mani che stringono e allo stesso tempo sostengono “capei d’oro a l’aura sparsi”. Abbracci. Ma anche opere che si allontanano dalla fotografia per diventare portali verso un mondo “in negativo”, inesistente perché forse mai pensato. E poi lacrime da cipolla, giungle urbane, la rivincita della disabilità e della precarietà, fino ad arrivare alla rivoluzione familiare, con la donna che sostiene il peso dell’uomo. E a un messaggio lanciato nello spazio, ripetuto all’infinito finché non incontra un buco nero: “Ti guarderò finché non riuscirò più a vederti. Puoi guardarmi anche tu? Finché non mi vedrai più”.
La quattordicesima edizione di Fotografia Europea si intitola “Legami. Intimità, relazioni, nuovi mondi”, e visitando le mostre in programma – 24 quelle del circuito ufficiale, più di trecento quelle dell’Off, in città e in provincia – si capisce il perché.
PALAZZO MAGNANI
Il tour non può che iniziare da Palazzo Magnani, sede della retrospettiva dedicata a Horst P. Horst. Si tratta di uno dei fotografi più illustri del XX secolo, a cui ogni generazione successiva ha guardato per avere ispirazione. Negli scatti di Horst – a partire dai busti di donna e quelle schiene meravigliosamente arcuate, fino alle famosissime copertine di Vogue, con occhiali da diva e gonne svolazzanti – a dominare è l’eleganza. Di origini tedesche, Horst viaggia per tutta la vita, cambiando residenza e lavori. Dopo varie peregrinazioni, a causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale lascia Parigi per New York. In questa mostra i “legami” sono quelli da lui intrecciati con la fotografia, le “relazioni” sono quelle tra la macchina fotografica e la bellezza senza tempo dei corpi.
SINAGOGA
Poco distante da Palazzo Magnani, in via dell’Aquila, c’è la sinagoga occupata dal progetto di Vincenzo Castella. La mostra si intitola “Urban Screens” e mette al centro il rapporto tra uomo e ambiente. Le fotografie di Castella, stampate su grossi pannelli e disposte ai lati della sala di preghiera, fanno pensare alla potenza della natura selvaggia. Peccato che questo non corrisponda alla realtà: le verdi foglie esotiche, i cactus, i fiori variopinti sono stati immortalati in serre urbane. Che il “nuovo mondo” possa diventare un luogo in cui il naturale non è più artificiale?
CHIOSTRI DI SAN PIETRO
Delle 24 mostre ufficiali del festival, dodici – dieci monografiche e due collettive – si trovano ai Chiostri di San Pietro. Qui la fotografia è quasi un pretesto per immergersi nella contemporaneità, fatta di linguaggi multimediali e interazioni tra le discipline.
Al primo piano si trova “Crack” di Jacopo Benassi, un atlante del corpo che viene smembrato e rielaborato attraverso il confronto con pezzi di statue antiche o tronchi secchi. La decadenza e la caducità sono rappresentate anche dai legnetti (preparati appositamente dall’artista) che sorreggono le fotografie. Su questa esposizione si inserisce la performance “Inter-View: Emanuele and Clément” nata dalla collaborazione tra Aterballetto e Fondazione Palazzo Magnani. Il coreografo Diego Tortelli fa muovere il bravissimo ballerino Clément Haenen e il talentuoso schermidore paralimpico Emanuele Lambertini (che è anche un ottimo pianista) sul filo della fragilità. A sorpresa sarà il corpo apparentemente più precario a vincere il duello.
Le fotografie e le installazioni video di Justine Emard, raccolte nel progetto “La notte dei tempi”, oscillano tra tecnologia e spiritualità. Un ballerino e un robot si sfidano a colpi di danza, alla ricerca dell’umanità. Con “Fifty-Fifty” Samuel Gratacap ci porta in Libia e in Tunisia, tra coloro che vivono a metà tra il bene e il male, in bilico tra la vita e la morte.
Al piano superiore – ancora al grezzo e per questo non meno affascinante – si entra in Giappone, il paese ospite di questa edizione. Il percorso inizia con Vittorio Mortarotti e la sua mostra “The first day of good weather”, che ricorda il comando che il presidente degli Stati Uniti Harry Truman diede per il lancio della bomba atomica su Hiroshima. Nei suoi scatti si mescolano i sopravvissuti e i sopravviventi, un inno a chi ha perso qualcosa e lotta per andare avanti. Seguono le sale di Ryuichi Ishikawa, Motoyuki Daifu, Kenta Cobayashi e la cinese (fidanzata con un ragazzo giapponese) Pixy Liao. Chiude Pierfrancesco Celada, che denuncia la disumanità dei centri urbani densamente popolati.
Sempre ai Chiostri si trovano le due collettive “Speciale diciottoventicinque” e “Master of fotography”, oltre al progetto “Rivoluzioni” di Francesco Jodice, che si ricollega all’edizione del 2018. Si tratta di un film in cui la realtà gioca con la finzione, bagnandosi di colori futuristi. L’opera parte da un fatto realmente accaduto: l’ultimo messaggio inviato dalla sonda Kaiju 2, il 17 giugno del 1989, prima di scomparire in un buco nero. —
Martina Riccò
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