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Fink, che suona l’armonica e fotografa con gli occhi «per creare ponti e legami»

M.R.
Fink, che suona l’armonica e fotografa con gli occhi «per creare ponti e legami»

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REGGIO EMILIA. Larry Fink si presenta suonando l’armonica. «Dedico questa mostra all’America, perché gli americani non sono tutti come Trump. Ci sono anche le brave persone».

È con queste parole che il grande maestro della fotografia americana introduce la sua mostra “Unbridled Curiosity”, allestita a Palazzo da Mosto.

L’antologica presenta oltre 90 immagini in bianco e nero, realizzate tra gli anni ’60 e i giorni nostri: ci sono le fotografie delle grandi battaglie civili, gli sfavillanti party di Hollywood, ma anche la fatica della vita rurale e la brutalità del quartiere di Harlem e delle palestre di boxe.

Niente sfugge all’obbiettivo di Fink, che sembra posarsi su persone e luoghi con il solo intento di registrarli, al di là di ogni giudizio. «Sono nato in una famiglia comunista – racconta il fotografo – che mi ha insegnato a dubitare di chi aveva i soldi. All’inizio della mia carriera, quando fotografavo i personaggi famosi, la pensavo così. Poi però ho capito che all’interno di ogni ceto sociale c’è un altro ceto sociale: non è detto che i proletari siano buoni e i ricchi cattivi. Mi sono liberato di quel pregiudizio, ho iniziato a fotografare e basta». Senza guardare in macchina, però. Altrimenti l’intimità non si crea, la magia sfuma. «Guardo con gli occhi – rivela Fink – e scatto».

Ed ecco che il suo obbiettivo cattura abbracci che sono forti e insieme delicati, bolle di chewing gum che nascondono labbra pronte a esplodere, la noia che pervade l’animo e la gioia che straripa dal corpo e dai vestiti. «Le mie fotografie sono un ponte – conclude il maestro – mi piace pensare che permettano di stringere contatti, legami. Sempre all’insegna di una sfrenata curiosità».

A Palazzo da Mosto si trova anche “Arabian Transfer”, la mostra di Michele Nastasi che mette in luce la condizione transitoria di sei città della Penisola Araba: Abu Dhabi, Doha, Dubai, Kuwait City, Manama, Riyadh. Qui l’Oriente incontra l’Occidente e capita, ad esempio, di assistere a una partita di cricket all’ombra di grattacieli dal sapore newyorkese. —

M.R.

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