Gazzetta di Reggio

prosa 

La strage di Utoya al Teatro Sociale di Gualtieri «per capire la realtà»

Giulia Bassi
La strage di Utoya al Teatro Sociale di Gualtieri «per capire la realtà»

La regista Serena Sinigaglia parte dall’attentato norvegese del 2011 e crea uno spettacolo che parla di noi

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«Sono sempre molto interessata ai fatti emblematici del nostro tempo, e quando ho letto l’inchiesta di Luca Mariani “Il silenzio sugli innocenti” sulle stragi di Oslo e Utøya, mi si è scatenata tutta una serie di riflessioni riguardanti la nostra società» spiega Serena Sinigaglia, regista di “Utøya” che domani sera (ore 19) inaugurerà la stagione del Teatro Sociale di Gualtieri.

La pièce rievoca quel terribile 22 luglio 2011 quando Anders Behring Breivik sterminò 77 persone. Travestito da poliziotto fece esplodere un’autobomba a Oslo, nei pressi del palazzo del governo, causando otto vittime e poi, mentre la città era in tilt, si trasferì sull’isola di Utøya, il paradiso nordico sede dei campeggi estivi dei giovani laburisti uccidendo a sangue freddo 69 ragazzi. Non si trattò del gesto di un folle ma di un’operazione pianificata nei dettagli che puntava a distruggere alla radice il Partito Laburista, reo di praticare una politica multiculturale. Lo spettacolo, nel rievocare quei fatti, porta a una riflessione più generale riguardante il nostro presente; con Arianna Scommegna e Mattia Fabris debuttò nel 2015, per una produzione del Teatro Metastasio Stabile della Toscana su testo di Edoardo Erba. «E pensare che inizialmente pensavano che fosse un attentato islamico, per poi scoprire che era stato un norvegese, un ragazzone biondo di trent’anni che progettava la strage ai danni – racconta Sinigaglia –. Da sempre io parto dai fatti politici per cercare di darmi degli strumenti per leggere il presente. E da sempre ho alternato testi contemporanei ai classici, da Shakespeare a Euripide: entrambi sono indispensabili per capire chi sei».

Che cosa l’ha colpita del reportage di Mariani?

«La riflessione sul fatto che la strage sia stata dimenticata dall’Europa. Rimossa. Come è stato possibile? Di fatto è stata un attentato politico che anticipava il vento neofascista di questi anni... il vento che aleggia anche su queste elezioni europee. A questo proposito Anders Behring Breivik , autore della strage, nei giorni precedenti aveva mandato delle mail con allegati 5.000 pagine dove spiegava la sua visione del mondo, dicendo anche che era supportato da alcuni politici della destra compresa la nostra Lega. Ma ciò non fu mai chiarito... Ho ritenuto necessario riflettere su questa tragedia provocata da un uomo normale in uno stato simbolo del meglio dell’Europa».

Anders Behring Breivik quindi era uno di noi...

«Questo fatto mostruoso ci fa riflettere meglio su cosa sta succedendo nella nostra società e su dove stiamo andando. Ho chiesto a Edoardo Erba di scrivere un testo che parlasse di quello che stiamo dicendo, senza concepirlo come teatro civile, nel senso che, a fine spettacolo, uno non è solo informato su un fatto di cronaca: per quello ci sono i giornali, c’è internet. Ma il fatto saliente è cosa la possa determinare, quindi aprire una riflessione sull’oggi e soprattutto sul futuro».

Come si svolge lo spettacolo?

«Due attori raccontano la storia attraverso tre coppie: due poliziotti che si trovano dall’altra parte dell’isola di Utøya; sentono gli spari ma il comando dice di aspettare; intanto l’assassino che orami sparava da più di un’ora diceva alla polizia di venire. Bizzarro, no? L’altra coppia è formata da due contadini la cui fattoria è vicina a quella dove Brevik si era rifugiato per costruirvi la bomba. Regna l’indifferenza: pur avvertendo dei movimenti strani, loro tacciono».

E la terza coppia?

«Una coppia borghese. Lui di Bergen, professore universitario, un intellettuale di sinistra, mentre sua moglie è di destra. Hanno mandato la figlia al campeggio sull’isola di Utøya ma lei non voleva andarci e la madre litiga con il padre perché avrebbe voluto assecondare la figlia. E quando dalla televisione annunciano la strage, mentre vivono ore angosciose in attesa di notizie, la coppia scoppia. Per poi scoprire che la figlia non c’era andata... Queste coppie costituiscono una un’invenzione teatrale ma potrebbero essersi verificate delle situazioni simili. Abbiamo deciso di non essere le vittime, né i parenti delle vittime, ma possiamo identificarci con chi ha assistito alla vicenda».

Qual è la riflessione più urgente da fare?

«Che Utøya doveva essere raccontata perché è qui, nel cuore della nostra società, che si generano i mostri. È una tragedia che ti fa interrogare su quello che stiamo diventando. Dedicarci a questi fatti dovrebbe essere lo scopo di ogni teatrante, perché il teatro fotografa l’istante. Lo scopo del teatro, per dirla con l’Amleto di Shakespeare, è di fornire uno specchio alla realtà, “mostrare il vero aspetto della virtù e dare al vizio la sua vera immagine; e d’ogni età e di interi cicli storici, impronta e forma”». —





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