Le “Rivoluzioni” di Jodice «Strano breviario dell’Occidente»
Sullo schermo si legge l’invito a prendere posto. Poco dopo, su un cielo azzurro solcato dalle nuvole, appare una scritta: «Il 17 giugno 1989 Francis Fukuyama menziona per la prima volta l’espressione “Fine della Storia” per indicare il termine sopraggiunto degli eventi generati dagli uomini. Secondo questa teoria tutti gli avvenimenti successivi a questo punto della storia sono ripetizioni circolari di eventi già avvenuti. Il Futuro è finito. Lo stesso giorno l’agenzia spaziale cinese lancia segretamente la sonda Kaiju 2. Intento della missione: raggiungere il bordo di un buco nero, la soglia dove il tempo si ferma, la luce si spegne e tutta la materia collassa. Scopo: vedere cosa c’è dall’altra parte. Questo filmato è l’ultimo messaggio inviato dalla sonda Kaiju 2 prima di scomparire all’interno del buco nero».
È l’incipit del film “Rivoluzioni” di Francesco Jodice, in mostra ai Chiostri di San Pietro fino al 9 giugno e visitabile anche durante le vacanze pasquali. Jodice è nato a Napoli nel 1967. Insegna alla Naba, la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, e ha esposto alla Biennale di Venezia, alla Tate Modern di Londra e al Prado di Madrid. La sua ricerca esplora i mutamenti del paesaggio sociale contemporaneo, tra arte e geopolitica.
Come nasce questo progetto?
«Nasce dalla committenza che Fotografia Europea, nella persona di Walter Guadagnini, mi ha assegnato l’anno scorso sul tema “Rivoluzioni. Ribellioni, cambiamenti, utopie”. È un film di venticinque minuti, un’opera d’arte di fantascienza. Ho preso spunto da questo saggio di Fukuyama, “The end of history”, in cui si dice che il futuro è finito e che tutto ciò che viene dopo è soltanto ridondanza. Così ho immaginato che una sonda spaziale venisse inviata a esplorare un buco nero. Questo video è il risultato».
Come l’ha realizzato?
«La meccanica quantistica ci dice che un buco nero è come una porta: al di là ci siamo proprio noi. Così ho attinto dal nostro immaginario culturale e soprattutto cinematografico, mettendo insieme migliaia di frammenti di film. È una specie di breviario dell’Occidente. Che segue, con il montaggio alternato, tre filoni: la storia dell’universo e dei corpi celesti, la storia dell’Occidente e la storia d’amore tra due personaggi. Questi ultimi sono interpretati da Boris Karloff, che per tutti è il volto di Frankenstein, e Louise Brooks, una grandissima icona del cinema muto».
Perché proprio il cinema?
«Perché ha saputo e sa raccontare perfettamente la nostra storia. Se penso a quale linguaggio ha incarnato quello che lo storico Hobsbawm ha definito “il secolo breve”, penso al cinema. Nel cinema ci sono le schegge degli specchi dell’Occidente. Inoltre il cinema, a differenza dell’arte, è democratico: tutti possono permettersi di andare a vedere un film».
A proposito di storia, il 1989 è anche l’anno in cui, secondo alcuni, inizia il postmoderno. Secondo lei siamo ancora lì o siamo già nel post-postmoderno?
«Siamo già nel post-postmoderno, che è una definizione inutile ma bellissima. Oggi non siamo più capaci di produrre cultura. Il futuro è finito, ma attenzione: è finito per l’Occidente. Per l’Oriente è diverso: Cina, Corea, Giappone hanno appena cominciato. Lo spiega molto bene uno scrittore cinese, Zhong Acheng, nel suo libro “Vite minime”: è l’indisponibilità degli occidentali a confrontarsi con il futuro. Se continuiamo così arriveremo nel post-post-postmoderno, in una specie di animazione sospesa».
È proprio di questi giorni la notizia della prima fotografia di un buco nero...
«Chiaramente non ce lo aspettavamo! Anche se sono diverse le realtà che, ormai da anni, ci stavano lavorando. Ed è un’immagine, io credo, molto moderna: prima di tutto è costituita da un numero quasi infinito di altre immagini, quindi di dati. E poi non è letteralmente una fotografia. La fotografia per definizione ha bisogno della luce, e i buchi neri sono semplicemente neri. Un’altra immagine tipica della modernità è il selfie, che in sé contiene una rivoluzione: per la prima volta l’osservatore e l’osservato sono dalla stessa parte dell’obiettivo. Siamo tutti protagonisti: come dico io, a casa non c’è più nessuno». —
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