«Scattando ho sfamato le curiosità e mi sono innamorato della vita»
Parla Larry Fink, autore di “Unbridled curiosity”, in mostra a Palazzo da Mosto «La gente si fa i selfie e non guarda più le opere: così si perde il significato»
Si chiama “Unbridled curiosity” la mostra di Fotografia Europea dedicata al grande maestro americano Larry Fink. Un’antologica di oltre 90 immagini, rigorosamente in bianco e nero, realizzate tra gli anni Sessanta e oggi, a Palazzo da Mosto fino al 9 giugno. La mostra, a cura di Walter Guadagnini, è in linea con il tema di quest’anno e va alla ricerca di quei legami tra le persone e i luoghi che l’autore ha saputo immortalare nel corso della sua carriera: dalle battaglie civili ai party hollywoodiani, dai grandi musei alla vita rurale. Fink è un fotografo professionista da oltre 55 anni. Ha tenuto mostre personali al MoMA di New York e al Musée de la Photographie di Charleroi. Ha insegnato alla Yale University e al Bard College, dove è professore emerito. L’abbiamo incontrato.
Quando si è innamorato della fotografia?
«L’amore è cieco, dicono, ma la fotografia non lo è. Non mi sono innamorato della fotografia, mi sono innamorato della vita. La fotografia è uno strumento per interpretare la vita».
Quando e perché ha iniziato a fare fotografie?
«Avevo tredici anni, ero un ragazzino molto arrabbiato. Mi stavo cacciando nei guai con la scuola, con la legge… Mio padre aveva una macchina fotografica e me la diede. Mi ha dato equilibrio, concentrazione. Così il momento in cui ho iniziato a fare fotografie è stato la fine di qualcos’altro, di una vita irragionevole. E allo stesso tempo la nascita di una vita consapevole».
Come è riuscito a immortalare realtà così diverse, da Harlem a Hollywood?
«Il titolo della mostra è “sfrenata curiosità”, e a dire il vero è proprio ciò che ho. Non sono mai stato parte di un gruppo, come ad esempio Nan Goldin. Una fotografa incredibile, ma era parte di una piccola comunità di persone. La ragione del suo successo era proprio questo aspetto “tribale”: chi non apparteneva a quel gruppo non poteva che rimanerne affascinato. Io invece avevo un background politico, di sinistra. Ho cercato di dedicare la mia vita e le mie parole all’idea che possiamo sopraffare il male che c’è nel mondo».
Che significa lavorare con “unbridled curiosity”, letteralmente “senza briglie”?
«Non sono mai stato un cavallo, perciò non mi hanno mai messo le briglie. Queste due parole sono adorabili, vogliono dire proprio che la curiosità non ha barriere. La curiosità è qualcosa che ha a che vedere con l’essere attratti dall’energia della vita, come un magnete: quando l’energia scaturisce e riverbera, tu vai da lei, così come un’ape andrebbe al miele».
Come ha scelto le novanta opere in mostra?
«Ho messo tutte le mie vecchie stampe in una piscina. Poi ho preso delle galline e le ho messe in acqua. Le foto che sono andate a fondo per prime sono quelle che ho scelto (ride). Volete sapere la verità? Ho fatto una selezione diciamo di 150-200 foto. Poi, con l’aiuto di Walter Guadagnini, abbiamo cercato quelle che più aderivano al tema della mostra. Sono immagini che vanno più o meno dal 1958 fino al 2019, tutte connesse all’intimità, alle relazioni, ai legami».
Come può la fotografia creare legami?
«Se sei con la tua famiglia e hai una foto in mano, non una fotografia artistica, ma una foto, per esempio, del tuo ragazzo, di tuo marito o di tuo figlio, ecco che tutti cominciano a commentare. Questo tipo di legame è facile da creare, perché c’è un punto di riferimento comune, famigliare. Se invece pensiamo a una foto in una mostra, potrà sedurre la persona che la sta guardando nella sua singola esperienza e stimolare un senso di familiarità nella sua percezione personale».
Come è cambiata la fotografia in questi anni?
«È cambiata parecchio, penso ai passi avanti nel fotogiornalismo... Oggi abbiamo un altro cambiamento, che è il selfie. Ed è a dire il vero una delle cose più negative che abbia mai visto. Ricordo quando andai a Roma nel 1966. Andavo a vedere l’altare del Bernini: c’erano un sacco di turisti e tutti si guardavano intorno esclamando “oh mio dio!”. Quando ci sono tornato un paio di anni fa c’erano un centinaio di persone che si facevano dei selfie. Ma nessuno guardava il Bernini, non guardavano nient’altro se non la prova di sé stessi lì di fronte, pensando che fosse significativo. Ma il vero significato è andato perso, perché non hanno percepito niente». —
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