Gazzetta di Reggio

L’Intervista 

Dutch Nazari al Kessel «Perché faccio rap? Non so resistere al fascino delle parole»

Linda Magnoni
Dutch Nazari al Kessel «Perché faccio rap? Non so resistere al fascino delle parole»

L’artista, figlio di una musicologa, questa sera a Cavriago «Devo ai miei genitori i primi ascolti dei più grandi autori» 

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CAVRIAGO. Questa sera (ore 23) c’è un ospite speciale al circolo Arci Kessel di Cavriago: ritorna Dutch Nazari, che aveva già calcato il palcoscenico cavriaghese nel febbraio dello scorso anno. Dutch Nazari è nato a Padova nel 1989. Giovanissimo, ad appena sedici anni si è avvicinato alla scena hip-hop, contribuendo a fondare il collettivo Massima Tackenza. Negli anni dell’università, grazie al poeta Alessandro Burbank e con Sick et Simpliciter, ha iniziato ad esplorare sonorità elettroniche e a mescolare le metriche del rap con la cifra comunicativa dei poetry slam. Nel 2014 entra nel roster dell’etichetta Giada Mesi, fondata da Dargen D’Amico, con cui pubblica l’ep “Diecimila lire”. Due anni dopo arriva il secondo ep, “Fino a qui”, seguito dal primo album “Amore povero”, uscito nel 2017 per Undamento/Giada Mesi. Con un tour di sessanta date Dutch Nazari si fa conoscere in tutto il paese, partecipando a festival di grande prestigio come il Mi Ami di Milano e l'Ama Festival di Asolo. Il 16 novembre dell’anno scorso esce il suo ultimo lavoro, “Ce lo chiede l’Europa”, anche questo prodotto da Sick et Simpliciter. Dopo il sold out delle prime date e dopo il concerto del Primo maggio a Roma, Dutch Nazari arriva anche a Cavriago. Non potevamo non fargli qualche domanda..

Come e quando ha cominciato a fare musica?

«Ho respirato musica fin da piccolo: mia madre è musicologa e nella mia famiglia abbiamo sempre avuto la tradizione di scrivere canzoni per eventi importanti, compleanni, anniversari. Poi, più o meno a quindici sedici anni, mi sono immerso nell’universo del rap e dell’hip-hop italiano».

Perché proprio il rap?

«È un genere a cui mi sono appassionato prima della vera e propria esplosione, intorno al 2005. E fin da subito mi sono cimentato nell’uso delle parole: le parole servono per fare scalpore, costruire paradossi, metafore. È una cosa che mi ha sempre affascinato tanto, forse perché è un tratto in comune con la poesia e il cantautorato».

A proposito di cantautori, quali sono le sue fonti di ispirazione?

«Devo ai miei genitori i primi ascolti di grandi autori come Guccini, Dalla, De André, De Gregori. Poi io stesso ne ho approfonditi altri, da Conte a Tenco a Battiato. Per quanto riguarda la poesia invece la mia esperienza è stata molto più diretta e orale, grazie ad Alessandro Burbank, il maggior esponente italiano della slam poetry. Da lì sono venuti fuori i miei primi pezzi. Nel 2014 esce il primo ep, poi nel 2017 il primo album, e ora un altro».

Come è cambiata la sua musica in questi anni?

«Il rap è un fiume di parole. Penso a “Jenin”, canzone che racconta della mia esperienza in Palestina: sono cinque minuti di rap costante. Lo faccio ancora, come succede anche in “Calma le onde”, la intro del mio ultimo album, ma negli anni ho imparato a togliere le parole. Per cercare di dire di più con meno. Ora faccio una musica più ariosa, più melodica. Venendo proprio all’ultimo album, perché “Ce lo chiede l’Europa”? È una frase che si sente spesso, soprattutto in politica. Quasi sempre viene usata per scaricare barile. Ci sono più livelli di interpretazione: prima di tutto lascia intuire che nel disco si parlerà di valori politici. Poi menziona l’Europa: mi piace che un prodotto riesca a collocarsi nel tempo presente. Anche perché nelle mie canzoni parlo spesso degli expat e della mia generazione, siamo europei in senso letterale. Infine c’è anche una chiave ironica, come nella ballata in cui un ragazzo chiede alla sua ragazza di restare con lui perché “Ce lo chiede l’Europa”».

Come sarà tornare per la seconda volta a Cavriago?

«L’anno scorso avevamo fatto un pellegrinaggio al busto di Lenin, citato anche dagli “Offlaga Disco Pax”. Questa volta sarà ancora più bello perché prima di me ci sarà proprio Max Collini, storica voce degli Offlaga. Sono molto contento di tornarci». —

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