«La fotografia trasmette emozioni ma non ha valore come testimonianza»
Davide Monteleone protagonista a Palazzo Da Mosto di un workshop dal titolo “A personal distance”
Davide Monteleone, fotografo, giornalista ma soprattutto artista e visionario. Vive ormai da diciassette anni in Russia, paese nel quale continua la sua attività di fotogiornalista per alcune delle più grandi testate giornalistiche a livello mondiale come Time magazine, New Yorker e National Geographic e, contestualmente, porta avanti progetti fotografici autonomi attraverso i quali sonda, analizza e vaglia le strutture di potere in relazione all’uomo. È in occasione dell’ultima edizione di Fotografia Europea che, in collaborazione della stessa e dello Spazio Fotografia San Zenone, ha condotto un workshop di due giorni dal titolo “A personal distance” a Palazzo da Mosto. Lo abbiamo incontrato per parlare dei suoi ultimi lavori e, più in generale, del ruolo della fotografia nel ventunesimo secolo.
Partiamo dal suo ultimo lavoro pubblicato sul Time dal titolo “Dividing lines, the human face of global migration”. Come è nato?
«Questo imponente lavoro, che prende forma in circa trenta pagine del settimanale, alternando fotografie, mappe e racconti, è nato, in questa forma così inusuale, dalla mia volontà di smettere di fotografare reportage in senso classico e ha origine dall’esigenza di raccontare le migrazioni (questa in particolare al confine tra Messico e Stati Uniti) dando un volto, una storia, senza un intervento esterno di redattori o editor, alle fotografie che ho fatto: è così che ogni scatto è accompagnato da un’intervista e da una mappa, disegnata dai soggetti stessi, del percorso che essi hanno compiuto per arrivare fino al confine».
Perché questa scelta? Come è arrivato a decidere di non raccontare la Storia scegliendo di raccontare alcune delle numerose storie che invece la compongono?
«Ho capito che il valore della fotografia come documento è pari a zero. Non ha, in sè e per sè, alcun tipo di valore come testimonianza. La fotografia è un medium molto particolare, ha necessità, per sua stessa definizione, della realtà per essere portata a compimento ma non la rappresenta in alcun modo. Basti pensare a una fotografia famosissima, entrata ormai nell’immaginario comune, quella intitolata “Morte di un miliziano” di Robert Capa, ecco, basta estrapolarla dal contesto, non metterle nessuna didascalia, che il suo valore come documento “di ciò che è successo”, è inesistente. Per questo, invece che realizzare un reportage in senso classico, ho preferito raccontare storie, tante vite. Un racconto emozionale, la fotografia dopotutto è questo, rappresentare emozioni e trasmetterle».
E il suo rapporto con la Russia?
«Sono in Russia ormai da diciassette anni, mi ci sono legato. Il primo lavoro che ho concluso dal titolo “Dusha”, anima russa, racchiude un primo impatto con un mondo profondamente differente. E’ stata la fotografia a costringermi ad uscire di casa quando all’esterno c’erano trenta gradi sotto lo zero e io non ci ero abituato. Ho raccontato la mia Russia, non uno Stato in senso oggettivo, ma quello che io ho avvertito e avverto quando sono a Mosca; ma qui si ritorna al discorso precedente, la fotografia come emozione e non come documento». —
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