Ascolini, dal museo Rodin al Moma
Il fotografo reggiano, 82 anni oggi, è in mostra alla Galleria L’Ottagono di Bibbiano con “Evoluzioni mentali e spirituali»
Vasco Ascolini 82 anni oggi (a proposito sentiti auguri Maestro) alla fotografia si è avvicinato relativamente tardi. Poi ha bruciato le tappe diventando un fotografo che ha saputo innovare e cambiare rimanendo sempre sé stesso. Con quel suo nero caldo e quel suo stile inconfondibile, quasi surreale e tridimensionale, senza mai abbandonare la macchina analogica e il rullino a 36 pose. Nella sua casa in città, attorniato dai quadri di Pompili, Giuffredi, Cavicchioni, Vasco Ascolini, parla di sé e della sua carriera piena di riconoscimenti e successi, delle sue mostre e della sua «fotografia surrealista in cui la mia cifra è il nero». Quella che l’ha reso celebre nel mondo. E ci parla anche della sua ultima mostra che si inaugura domani (ore 18) alla Galleria L’Ottagono di Bibbiano, “Evoluzioni mentali e spirituali”, curata da Silvio Panini.
I maestri
Il suo maestro è stato Stanislao Farri, ma la prima ad avvicinarlo alle immagini è stata la nonna Celerina Saltini che amava tantissimo il cinema. «Mia nonna era nata nel 1870 – racconta Ascolini – era la cugina del fondatore di Nomadelfia ed era analfabeta, anarchica, cattolica e prampoliniana. Con la sua piccola pensione, da quando ho compiuto cinque anni, tutti i giorni mi portava al cinema, e dal cinema ho imparato molto».
Le passioni
La vita di Ascolini è caratterizzata da due grandi passioni oltre alla fotografia: la lettura e il judo che hanno entrambi influenzato i suoi scatti. Tre le fasi in cui è possibile dividere la sua attività di fotografo: il teatro, i musei, i giardini e da ultimo la sperimentazione. “Prima di iniziare a fotografare – ricorda – sono stato assunto nel 1964 all’Istituto d’arte Chierici e mi occupavo della biblioteca... leggendo mi è venuta voglia di fotografare. Dal 1957 al 1977 molto del mio tempo però è stato assorbito dal judo. I primi dieci anni come atleta e poi come allenatore. Poi ho deciso di dedicarmi a tempo pieno alla fotografia. Ho iniziato al circolo fotografico Il Soffietto dove c’era Stanislao Farri, il mio grande maestro. Mi prendeva con sé e mi permetteva di guardare gli scatti dentro la sua macchina...». La tecnica di Ascolini, pur affinandosi, è rimasta la stessa. «Non sono mai passato al digitale. Nonostante l’intervento subito al cuore nel 2016 che non mi consente più di andare in camera oscura continuo a lavorare con la pellicola. Ora scansiono il negativo e lo faccio stampare». Per venti e passa anni Ascolini ha fatto fotografie nei teatri. «Fino a quando nel 1999 non ho potuto più farlo perché ogni compagnia voleva solo il suo fotografo», dice dispiaciuto.
La svolta
Quello è stato il momento di cambiare. Anche se nel 1985 la Public Library di New York gli aveva dedicato una grande mostra con 150 immagini di teatro e danza e oggi molti dei suoi scatti sono presenti negli archivi dei maggiori musei del mondo, a partire dal Metropolitan e dal Moma di New York, a Parigi e a Londra. «Tutto è cominciato – ricorda – con una visita nel 1990 a Parigi e poi al museo Rodin dove ho fatto una mostra con le mie foto acanto alle statue. Da qui, lasciandomi carta bianca, mi hanno chiamato al Louvre e in altri musei e mi hanno chiesto di fotografare i giardini della Reggia di Versailles, della Teleries e altri parchi».
La sperimentazione
Nella sua terza fase, quella contemporanea, è approdato alla sperimentazione, e da qui è nata la mostra “Il bestiario fantastico” fino a luglio alla galleria Weber & Weber di Torino.
Vasco Ascolini, un innovatore nella fotografia, ci svela un segreto. «Non stampo tutto il negativo, ma una parte: i soggetti risultano decentrati e sembra che entrino o escano dalla foto. Poi mi è venuto voglia di sperimentare. Perché se in pittura si possono fare graffi e fori non è possibile farlo in fotografia?».
L’ultimo progetto è “Paesaggio impossibile”. «L’ho chiamato così – spiega – perché chi lo vede pensa di essere dentro un paesaggio realisticamente impossibile, eppure si vede. La mostra all’Ottagono rappresenta invece il riassunto di quella che è stata tutta la mia vita di studio e di fotografo». E poi? «Ho 82 anni e tutta l’intenzione di continuare a fotografare». —
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