La regista di “Mamma+Mamma” «Una favola contemporanea»
Questa sera (ore 21) al Rosebud in collaborazione con Arcigay Gioconda, si terrà la proiezione del film “Mamma+Mamma”, opera prima di Karole Di Tommaso, presente in sala. Il film racconta di Ali e Karole, due ragazze che vivono insieme, condividendo l’appartamento con Andrea, l’ex di Ali. Entrambe desiderano avere un figlio, ma il percorso non sarà così facile. Karole Di Tommaso, classe 1985, è nata a Termoli. Dopo il diploma in scultura all’Accademia di Belle Arti di Roma ha conseguito un master sul cinema del reale allo Ied di Venezia e si è diplomata in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. “Mamma + Mamma” è il suo primo film.
Di cosa parla questo film?
«È una storia d’amore, amore puro. È una storia sul desiderio di maternità. Un desiderio che non chiede nulla in cambio. Non volevo fare un film politico: volevo una favola contemporanea».
Com’è è nata l’idea?
«Dopo aver concluso gli studi mi chiedevo da dove cominciare. In quel momento della mia vita desideravo avere un figlio con la mia fidanzata dell’epoca. E questo metteva in discussione tutto ciò che credevo di essere, di volere. Così ho capito che era giusto concentrarmi su quello, che dovevo partire proprio da lì».
Quindi è un film autobiografico?
«Ormai non lo so più quanto ci sia o no di autobiografico. Nello scrivere ho cercato di eliminare tutto ciò che poteva sembrare politico o non universale. Ma il sentimento è reale al cento per cento, proprio perché è mio. Tutto ciò che ho raccontato è successo veramente, magari non esattamente così ma è successo. Compreso il ritorno nella mia terra d’origine, il Molise».
Nel film emerge un profondo legame con la sua terra.
«Rifletto spesso su questo migrare costante, spostarsi da un luogo all’altro per cercare se stessi… A 17 anni me ne sono andata di casa per studiare. Poi mi sono accorta che spesso si innesca una malinconia che tinge i ricordi color oro. Ho cercato di renderlo visibile dando rotondità alle immagini: sfruttando colori caldi e un ritmo più lento. Volevo che fosse un racconto nel racconto».
Tradizione e attaccamento alle radici, ma anche modernità: quello che viene affrontato è un tema molto attuale. Qual è il ruolo del cinema in questo senso?
«Questo film è diventato un mezzo di comunicazione: me ne rendo conto quando vado alle proiezioni e incontro le persone. C’è sempre un mucchio di gente che vuole confrontarsi… il ruolo del cinema deve essere anche questo».
Com’è stato portare a termine il primo lungometraggio?
«Sono molto soddisfatta. È arrivato in America e in Canada, e ora sta girando l’Italia… ed è quando incontro il pubblico che capisco che si tratta di un cinema “popolare”, proprio come la pasta cacio e pepe nel mio film! Meravigliosamente popolare. D’altro canto il cinema è nato così, con le sedie in piazza. Abbiamo bisogno di film che ci riguardano, che parlano di noi».
Altre idee in cantiere?
«Tante, io non mi fermo mai: sto scrivendo varie storie di diverso genere. Una drammatica, una comica… quando mi danno il via per partire, io sono pronta». —
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